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29 gennaio 2010

Napoleon: recensione finale

Eccoci arrivati al commento e al giudizio conclusivo sullo Stanley Kubrick's Napoleon, l'enorme volume pubblicato dalla Taschen a fine 2009 in edizione limitata di 1000 esemplari numerati. Compito non facile, vuoi per la mole della pubblicazione (dieci libri), vuoi per la vastità dell'argomento (raccontare un progetto monstre a cui Kubrick ha pensato praticamente per tutta la vita senza mai abbandonarlo).

Queste premesse avrebbero potuto generare mille libri diversi e tocca oggi confrontarsi con l'unico libro che vedrà mai la luce, partorito dalla mente di Jan Harlan (produttore esecutivo degli ultimi film di Kubrick), Alison Castle (editor di cinema della Taschen, già autrice dello Stanley Kubrick Archives), e lo studio francese M/M (responsabili della veste estetica/organizzativa).

Tenterò di suddividere per argomento questa recensione finale, in modo da dare un giudizio il più possibile completo e limitare la parzialità che l'entusiasmo o la frustrazione possono causare.

Il materiale d'archivio
Era naturale gioire di fronte alla pubblicazione di un libro che attingesse agli archivi di Kubrick, cioè che rendesse pubblico il materiale di lavorazione, le ricerche, le idee, gli appunti del regista che testimoniano i suoi sforzi per mettere in moto la macchina produttiva e riuscire un giorno a portare nelle sale cinematografiche il suo Napoleon.

Un paio di visite al Kubrick Archive di Londra e la pubblicazione dei precedenti The Stanley Kubrick Archives della Taschen e il catalogo della mostra itinerante avevano reso evidente quanto splendida fosse l'opportunità di dare uno sguardo al laboratorio Kubrick. Non serve sottolineare ulteriormente la gioia di poter leggere, sfogliare e vedere quel che Kubrick stava preparando.

Il materiale è estremamente valido anche da un punto di vista pratico, perché permette di arricchire le (poche) informazioni di cui disponevamo sul progetto. Ad esempio, non avevo realizzato che il lavoro di Kubrick fosse iniziato già nel luglio 1967 e che alla seconda metà del 1968 il regista avesse prodotto una mole smisurata di appunti, bozze e studi, senza essersi preso nemmeno un attimo di respiro dopo il tour de force di 2001: Odissea nello Spazio.

Sono riuscito anche ad ampliare un po' la cronologia degli anni 1967-1974 grazie ai documenti inclusi nei dieci libri. Ad esempio, avevo sempre dato per scontato che Waterloo avesse compromesso il progetto per la MGM, invece era stata la United Artists a tirarsene fuori dopo il flop targato Bondarciuck-DeLaurentiis. Ugualmente, si scopre che la MGM aveva ricevuto solo il trattamento, mentre la sceneggiatura era stata inviata alla United Artists. Altra cosa divertente: il carteggio di Kubrick con lo storico Markham fa sembrare Arancia Meccanica un passatempo e un diversivo per distrarsi dall'intoppo con le due major – un film che mai avremmo definito un "Piano B".

L'accesso ai pensieri di Kubrick che questo libro consente è oggettivamente impagabile.

Selezione e organizzazione del materiale
Qui però finiscono i pregi e iniziano i difetti. Alison Castle, responsabile della selezione del materiale, non ha sufficiente competenza in materia per comprendere, tra le migliaia di documenti presenti nell'archivio, cosa sia utile a ricostruire il progetto e cosa sia marginale.

Per illustrare l'insipienza della sua selezione avevo portato come esempio la messa online dell'archivio iconografico accumulato da Kubrick: 17.000 fotografie che testimoniano solo la meticolosità del regista, non certo la direzione che il Napoleon doveva prendere. Anche solo mettere online le fotografie ai costumi sarebbe stata una scelta migliore, per non parlare di fotografare tutte le note a margine, tutti gli appunti, tutte le lettere di Kubrick: sono riprodotti solo pochissimi esemplari e qualche dozzina è stata trascritta nel libro Text. Incredibilmente, più il materiale è prezioso più la Castle lo ignora – e viceversa: un numero consistente di pagine vanno via per la riproduzione della corrispondenza relativa alla ferratura anti-gelo dei cavalli, argomento francamente inutile. Evidentemente le serviva un buon gancio per far abboccare il pubblico e in questo la Castle è maestra. Dovrebbe dirigere una rivista di gossip.

Per assurdo, sono più illuminanti le semplici testimonianze dei diversi personaggi coinvolti a vario titolo nel progetto che le loro biografie avevano raccolto negli anni passati: Jack Nicholson, Riccardo Aragno, Bob Gaffney, Anthony Burgess, ecc. Si impara di più sul Napoleon da loro che da questo librone.

Ancora peggio (se possibile), la Castle non è in grado di ordinare quel che ha selezionato né secondo un ordine di produzione cinematografica né seguendo un banale criterio cronologico (il rifugio di tutti i pavidi dell'organizzazione). Preferisce suddividere tematicamente – un libro alle foto delle location, un libro alle note scritte a mano, un libro alle lettere inviate ai collaboratori e così via – col risultato di sparpagliare tutto e impedire una vera comprensione del progetto.

Inoltre (ancora? Sì, ancora) lo sparpagliamento è anche difforme: perché alcune note di Kubrick e lettere ai collaboratori e dai collaboratori sono state trascritte e nascoste dentro il libro Text quando altre note e altre lettere, del tutto simili, sono state fotografate e messe dentro Notes e Correspondence? Ancora peggio quando la dislocazione fa perdere l'immediatezza della lavorazione sul film, come succede con una lettera di Kubrick a David Walker, designer dei costumi, per chiedergli di non disegnare le donne troppo grasse altrimenti non sarebbe riuscito a immaginarsi nessuna attrice dentro tali costumi: questa lettera si trova nella selezione di appunti trascritti dentro Text invece che nel libro con le foto ai costumi nonostante questo riporti comunque una serie di note scritte a mano da Kubrick. E anche: una bozza per il risparmio del budget sui costumi si trova nel libro Costumes nonostante faccia parte delle bozze del piano di produzione, tutte contenute in Production. Si potrebbe continuare.

Non ho capito se la Castle non abbia proprio pensato a come spiegare il progetto o se invece la sua idea di far chiarezza consista nei quattro o cinque ritagli di giornale che si trovano alla fine del libro Production e che testimoniano il passaggio del Napoleon dalla MGM alla United Artists. Per non parlare dell'altro madornale errore, quello di non considerare nulla post-1974 come se il Napoleon si fosse arenato lì quando invece Kubrick ha tentato più volte di proporlo alla Warner Bros. in varie forme, perfino come uno sceneggiato televisivo a puntate.

Insomma, lo Stanley Kubrick's Napoleon, lungi dall'essere "the greatest book ever made about the greatest movie never made" (quanta tracotanza) è uno sforzo sulla carta titanico ma in concreto sbrigativo e raffazzonato per indagare un progetto che resta dunque inconoscibile.

Quello che manca a questo libro è una guida consapevole – una regia se vogliamo: buttarci addosso 2000 pagine di roba non ci ha minimamente aiutato. Tanto valeva comprarsi un biglietto per Londra e passare una settimana al Kubrick Archive – costava pure meno.

Estetica
La scelta dei designer francesi (facciamo i nomi: Mathias Augustyniak) di suddividere il materiale in dieci libri diversi e rinchiuderli in un massiccio fac-simile del Napoléon di Raymond Guyot pubblicato a Parigi nel 1921 è la causa principe dei problemi di questo libro. Si tratta di un espediente a effetto, che rende l'operazione un ottimo prodotto acchiappa-media in grado di produrre (e l'abbiamo visto) articoli su articoli. E' la trasformazione del libro in gadget, che manda in tilt il meccanismo promozionale garantendo visibilità ma che al contempo ostacola la fruizione e soprattutto contraddice la missione e la ragion d'essere di ogni libro: essere letto, compreso, ponderato, utilizzato per ricerca, sfogliato per piacere, tenuto in mano. E' impossibile fare tutto ciò con questo Napoleon.

Non sono poi riuscito a comprendere (e mi ci sono sforzato) perché i dieci libri siano tutti differenti per qualità della carta, rilegatura, copertina, font del testo. Vale anche per i libri di uguali dimensioni come Text e Production, il primo rilegato in brossura con copertina rigida di stoffa, il secondo a caldo con copertina morbida di cartoncino. A guardare tutti i dieci libri insieme pare di osservare un campionario di rilegature di una copisteria.

Parlando delle scelte di impaginazione, se ha un senso aver fatto fotografie anche al retro delle pagine dei raccoglitori ad anelli per dare l'impressione di sfogliare il vero materiale d'archivio, molto meno senso ha aver ripetuto questa pratica per i fogli dattiloscritti, sul cui retro non c'è scritto niente e che erano conservati sciolti: metà pagine sprecate per vedere cosa? Il pennarello di Kubrick che si legge in trasparenza al contrario?

Prezzo
OK l'edizione limitata, OK l'accesso al materiale, OK tutto quanto, e prescindiamo anche dalle valutazioni di gusto – che se non fossero troppo personali classificherebbero il libro come una tozza pacchianeria da buzzurri – ma 500 Euro erano e restano un prezzo di per sé esorbitante, e assurdo se contestualizzato: un libro made in China con tre libretti spillati come le dispense universitarie.

Conclusione
I meriti del libro derivano tutti dal materiale e quindi logica vuole che qualsiasi libro avesse attinto dal Kubrick Archive avrebbe avuto lo stesso merito. L'apporto della Castle e dei designer della M/M ha operato esclusivamente al ribasso.

Considerati i soldi che mi hanno fatto spendere, il numero di pagine non sfruttate, la disorganizzazione e soprattutto la cura, la passione e il tempo spesi strenuamente da Kubrick per forgiare il suo più grande film, qui sostanzialmente non valorizzati, avverto una netta sensazione di doloroso e incommensurabile spreco.

Le altre recensioni:
  • Impressioni iniziali: spacchettando i libri.
  • Prima parte: i tre libri più piccoli.
  • Seconda parte: sei saggi del libro Text.
  • Terza parte: i dialoghi tra Kubrick e Markham.
  • Quarta parte: corrispondenza, appunti e cronologia.
  • Quinta parte: iconografia e piano di produzione.
  • Sesta parte: il trattamento del 1968.
  • Settima parte: lo script del 1969.
  • Ottava parte: ultimi due saggi di Text.
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    Barry Lyndon in Blu-ray

    Personalmente non ho (ancora) un lettore Blu-ray e non sono passato attraverso la sofferta scelta di chi si chiede se ricomprarsi tutti i propri film nel nuovo formato, tuttavia so che molti aspettano con ansia l'edizione in alta definizione di Barry Lyndon.

    Per tutti voi, ecco una notizia pubblicata sul sito The Auteurs che spiega il perché il capolavoro kubrickiano non sia ancora stato distribuito nel nuovo formato.
    Some news from a friend of mine who works for Turner: "The only reason Barry Lyndon hasn't yet made it to Warner Home Video dvd & Blu-ray is that the elements need re-mastering for the format; because of the way the film was shot, w/its ultra-sensitive lenses & low light levels, the film poses a real challenge to master for hi-def. Trust me, it'll eventually come out; it's just a matter of time. Warner Bros. doesn't license disc rights to the films they own to outside companies like Criterion; they feel they can do the job fine themselves, so sit tight."
    La notizia è di cinque mesi fa quindi coraggio, l'attesa potrebbe volgere al termine.

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    24 gennaio 2010

    Napoleon: recensione parte 8

    Penultima recensione dello Stanley Kubrick's Napoleon prima del commento conclusivo sull'intera operazione: qui offro un resoconto degli ultimi due saggi del libro Text, seguiti da un parere d'insieme su questo volume.

    In A historian's critique of the screenplay la sceneggiatura – del cui valore cinematografico ho scritto nella precedente puntata – viene esaminata da un punto di vista storico da Geoffrey Ellis, che già aveva introdotto e annotato le conversazioni con lo storico Felix Markham e il trattamento di Kubrick.

    Analizzando quali episodi della vita di Napoleone Kubrick ha scelto di rappresentare e quali invece ha ignorato riassumendoli con la voce narrante, Ellis ritiene che l'interesse principale di Kubrick risiedesse "nel Napoleone-il-guerriero, con le sue motivazioni psicologiche e il suo senso strategico da conquistatore militare, piuttosto che nel Napoleone-il-politico o Napoleone-il-legislatore, nonostante il suo monumentale lascito politico per la Francia e l'Europa." Ha indubbiamente ragione: anche se Kubrick aveva parlato apertamente di quanto il mondo moderno per come lo conosciamo sia stato plasmato da Napoleone, questa ampiezza di prospettiva non traspare dalla sceneggiatura.

    Esaminando la giustapposizione degli episodi pubblici e privati, Ellis è in grado di cogliere e restituire perfettamente l'intento di Kubrick di illustrare la psicologia di Napoleone, la sua forza e le sue debolezze, nelle varie fasi della sua vita (e della sceneggiatura). Con uguale intuito, ci spiega come gli alti e bassi della relazione tra Napoleone e Josephine servano in chiave drammatica come motivazioni delle azioni delle scene successive.

    Ellis si spinge perfino a citare i tre archetipi della donna in voga dal 18° secolo in poi – la vergine pura e irraggiungibile, la donna dannata spesso prostituta dal cuore d'oro, e la moglie di solito interessante solo in contesto d'adulterio – per rintracciare come Kubrick li investa nelle figure femminili che di volta in volta affiancano Napoleone e come questo serva per esplorare la sua sessualità e emotività.

    Potrebbe tranquillamente fare il critico cinematografico, questo Ellis – e con gran beneficio di tutti. Non è privo neppure di competenza visiva: ad esempio, fa notare come Kubrick si sia mantenuto ben lontano dall'iconografia classica del Napoleone-piccolo-caporale con il cappello a punte e la mano nel panciotto. Il che non ci sorprende affatto.

    Quel che invece mi sorprende è come Ellis non rinunci a criticare apertamente alcune scelte di Kubrick, evidenziando difetti e occasioni mancate. Ne avevamo abbastanza di critici senza spina dorsale, anche in questo enorme Napoleon, e ben venga uno scrittore così onesto e obiettivo.

    L'immagine conclusiva di Napoleone che si ottiene leggendo la sceneggiatura è, secondo Ellis, "piuttosto pervicacemente non ideologica, non sentimentale, non romantica, anzi così tanto da risultare di un realismo crudo e perfino brutale." Senza crasse sottolineature, ecco che ha fornito una definizione niente male dell'intero cinema di Kubrick.

    Con soli due saggi, Ellis è entrato nel novero dei miei scrittori preferiti su Kubrick, nonostante apparentemente ne debba sapere ben poco; eppure quel che sa gli è sufficiente per non dire mai una fesseria sui film del regista, che visti i tempi (i libri) che corrono non è affatto poco.

    Il successivo e ultimo saggio, Napoleon in film scritto da Jean Tulard, storico del cinema francese, analizza alcuni dei più famosi film con l'Empereur come soggetto, tra gli oltre mille realizzati dalla nascita del cinema ad oggi.

    Ovviamente uno scrittore francese non poteva che partire col Napoléon di Abel Gance, e dedicargli almeno un paio di pagine. Dopodiché Tulard va avanti sciorinando titoli di film, nomi di registi, nomi di attori, nomi di produttori. Non c'è altro per dieci intere pagine.

    Tra un film e l'altro, da francese qual è, Tulard non riesce a trattenere un commento caustico nei confronti di Markham, di cui credo in pochi possano mettere in discussione la competenza: "Inglese fino in fondo, non ha potuto far altro che dipingere un ritratto di Napoleone simile più alla moda di Oxford che della Sorbonne." Ma per favore.

    Francamente non ho capito cosa Tulard volesse dire con questo saggio. A meno che l'elenco di altri film non gli servisse per arrivare a questa brillantissima frase: "L'errore di Kubrick è stato forse quello di voler coprire l'intera vita di Napoleone, mentre altri registi si erano saggiamente limitati a solo un episodio o una battaglia." Complimenti, ottima analisi.

    Si salva solo quella frase, citata in tutte le recensioni del libro e purtroppo del tutto fuorviante rispetto al valore di questo saggio, in cui Tulard spiega come "leggendo la sceneggiatura è impossibile dire se Kubrick ammirasse Napoleone o lo disprezzasse." Ah beh, che sforzo titanico di critica cinematografica.

    Concludendo con l'intero libro Text sotto mano, a prescindere del valore difforme dei saggi e dei documenti in esso raccolti, salta agli occhi che 236 pagine su 500 vanno via per le traduzioni in francese e tedesco. Sembra che la Castle si sforzi di inventare sempre nuovi modi per sprecare esattamente la metà delle pagine a disposizione. Con lo Stanley Kubrick Archives c'era riuscita stampando i fotogrammi dei film, qui ci si impegna tra traduzioni, fotografie al retro dei biglietti, stampa solo sulle dispari, ecc. Brava e ancora brava.

    Le altre recensioni:
  • Impressioni iniziali: spacchettando i libri.
  • Prima parte: i tre libri più piccoli.
  • Seconda parte: sei saggi del libro Text.
  • Terza parte: i dialoghi tra Kubrick e Markham.
  • Quarta parte: corrispondenza, appunti e cronologia.
  • Quinta parte: iconografia e piano di produzione.
  • Sesta parte: il trattamento del 1968.
  • Settima parte: lo script del 1969.
  • Conclusione: recensione finale sull'intero libro.
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    17 gennaio 2010

    Jim Thompson: una biografia selvaggia

    E' uscita alla fine di novembre 2009 la traduzione di Savage Art, biografia di Jim Thompson scritta nel 1995 da Robert Polito: Jim Thompson - Una biografia selvaggia, questo il titolo italiano, è stata pubblicata dalla Alet nella traduzione di Sebastiano Pezzani.

    Thompson, scrittore noir americano abile nella cinica caratterizzazione di personaggi sociopatici, è stato il co-sceneggiatore di Rapina a Mano Armata con Kubrick e di Orizzonti di Gloria con Kubrick e Calder Willingham, altro scrittore e sceneggiatore di successo.

    Trenta pagine delle 640 della biografia sono dedicate al rapporto tra Thompson e la Harris-Kubrick Pictures, la società cinematografica che il regista aveva formato con l'amico James B. Harris per produrre film in maniera indipendente.

    Chiamato per adattare il romanzo Clean Break di Lionel White, trasformato con Kubrick in Rapina a Mano Armata, Thompson – definito da Kubrick "Uno scrittore formidabile che ha scritto cose che adoro" – si trovò coinvolto in una serie di altri progetti, alcuni realizzati, come Orizzonti di Gloria, e altri solo avviati come il thriller Lunatic at Large, arenatosi alla fase di trattamento di una settantina di pagine, e I Stole $ 16,000,000, adattamento della autobiografia del "re degli scassinatori" Herbert Emerson Wilson accantonato dopo due stesure per le troppe somiglianze con Rapina a Mano Armata.

    Ci sono alcuni aneddoti gustosi in queste trenta pagine e il lavoro di ricerca di Polito contribuisce a fare non poca chiarezza nelle vicende della Harris-Kubrick degli anni 1955-1960. Le interviste a Harris, ad Alexander Singer, ai familiari di Thompson e allo scrittore "avversario" Willingham, portano perfino a un paio di informazioni inedite.

    Si scopre ad esempio dalla voce di James Harris che il motivo per cui il progetto su Bruciante Segreto di Stephan Zweig venne abbandonato dalla MGM non fu il cambio dei vertici dell'azienda:
    La MGM ci licenziò perché avevamo ingaggiato Jim Thompson. Avevamo un contratto in esclusiva per la realizzazione di Bruciante Segreto e loro decisero di impuntarsi. La MGM scoprì che stavamo lavorando anche a Orizzonti di Gloria e annullò il progetto. Bruciante Segreto andò in malora e così potemmo concentrarci unicamente su Orizzonti di Gloria insieme a Jim.
    Molto divertenti risultano le controversie sull'attribuzione dei crediti di sceneggiatore, sia per Rapina a Mano Armata che per Orizzonti di Gloria: ascoltando le testimonianze della moglie di Thompson e riportando una piccatissima lettera di Calder Willingham, Polito tratteggia un ritratto di Kubrick non esattamente generoso: il regista, sempre pronto a circondarsi di collaboratori eccellenti per succhiare da loro le migliori idee, non era altrettanto propenso a condividere con loro la gloria del prodotto finito. Non saranno le ultime due volte in cui Kubrick verrà chiamato in giudizio dal sindacato degli sceneggiatori americani.

    La suddetta lettera di Willingham è anche fonte di un'interessante rivelazione sul finale di Orizzonti di Gloria.
    Anni fa, Stanley Kubrick quasi si rifiutò di leggere il mio promemoria sulla scena finale di Orizzonti di Gloria, in cui sostenevo che la brutalità assoluta del finale del film con l'esecuzione dei soldati sarebbe risultata insopportabile al pubblico e avrebbe inoltre rappresentato una presa di posizione filosoficamente sterile (e questo era il suo intento), tanto che la scena che io avevo concepito (in cui la ragazza tedesca canta in modo dilettantistico e patetico Der Treuer Hussar e fa commuovere i soldati francesi, spingendoli a cantare con lei e a versare lacrime) era essenziale se si voleva che la storia, o la verità sulla natura umana, risultasse tollerabile. Stanley disse: "Non riesco ad oppormi alle tue argomentazioni quando le metti per iscritto, i miei circuiti vanno in sovraccarico e mi salta un fusibile e non posso fare a meno di dichiararmi d'accordo con tutto quello che dici, come fossi ipnotizzato." A cantare fu la ragazza tedesca che in seguito avrebbe sposato, e con lei cantarono delle comparse tedesche in uniformi francesi della Grande Guerra e piansero – in cambio di una magra paga – lacrime di comprensione per la tragedia della vita umana, e grazie a quel momento il film svettò al di sopra di qualunque altra cosa Kubrick abbia realizzato.
    James Harris aveva al contrario dichiarato che l'idea del finale con la ragazza tedesca era venuta a Kubrick dopo aver conosciuto Christiane Harlan ed essersene innamorato.

    A minare la certezza dell'aneddoto di Willingham contribuisce tuttavia la sua manifesta intenzione di attribuirsi più meriti del dovuto, annullando quelli di Kubrick ("Stanley scrisse letteralmente due frasi di quella sceneggiatura") e di Thompson ("non scrisse una sola parola di dialoghi che appaiono nel film"); le bozze di sceneggiature rintracciate da Polito negli archivi di Jim Thompson provano inequivocabilmente l'essenziale contributo di quest'ultimo alle scene e ai dialoghi. A chi credere, dunque? Il fatto che Polito faccia notare come la scena della ragazza in lacrime appaia per la prima volta in un manoscritto di Willingham non è sufficiente a chiudere la questione: potrebbe essere stata scritta su suggerimento di Kubrick.

    Lo studio dei materiali cartacei nell'archivio di Thompson fornisce a Polito altre notevoli chicche, come un finale alternativo di Rapina a Mano Armata in cui Johnny Clay (Sterling Hayden) "muore per cercare di recuperare i soldi, venendo risucchiato dal propulsore di un aereo in fase di rullaggio" o una descrizione particolareggiata del famoso finale buonista di Orizzonti di Gloria che aveva fatto infuriare Kirk Douglas. Polito rivela anche come fu organizzato il lavoro per adattare I Stole $ 16,000,000, con un primo ingaggio a Lionel White, autore di Clean Break, che produsse un trattamento e una scaletta, una riscrittura di Kubrick in forma di sceneggiatura nel 1959 e una sceneggiatura di 135 pagine per le riprese scritta interamente da Thompson.

    Trenta pagine utili alle ricerche kubrickiane e spesso godibili che, se non giustificano da sole la lettura dell'intera biografia, invitano almeno a fare un salto in biblioteca per prenderla in prestito. A dare una notevole soddisfazione basterebbe la sola lettera di Willingham: due pagine così meravigliosamente scritte che comprovano la prostrazione confessata da Kubrick.
    L'interpretazione [di Orizzonti di Gloria], ovviamente, era quella di Kubrick, e io la trovai spesso antagonistica o contraddittoria rispetto all'intento della mia sceneggiatura, ma su questo potei fare poco, se non, con disappunto, far notare a Stanley i suoi difetti, che nel complesso erano una conseguenza della sua indifferenza e della sua freddezza quasi psicotiche nei confronti degli esseri umani della storia; difetti che, mi sento di aggiungere, hanno limitato l'opera di Kubrick per tutta la sua carriera; non gli piacciono particolarmente le persone, gli interessano soprattutto quando sono protagoniste di cose indicibilmente orribili oppure quando la loro idiozia è talmente malevola da farle risultare orribilmente buffe. Stanley Kubrick, con il quale da anni mantengo un rapporto personale amichevole ma distaccato, è un curioso caso contemporaneo di artista-psicopatico. Non intendo definire Stanley uno psicopatico, si badi bene, o qualcosa del genere; sono le sue preoccupazioni estetiche e artistiche a risultare psicotiche. [...] Si tratta di un grave limite, come ho scoperto per esperienza personale. [...] Non mi sono mai preoccupato di rivelare l'infondatezza delle asserzioni di Kubrick riguardo a quella pellicola, anche se un esperto cinefilo può risalire a tale infondatezza alla luce dell'incapacità di Kubrick di realizzare un altro film di quel livello. Per quanto Orizzonti di Gloria fosse un ottimo film, se si elimina una sapiente direzione della fotografia, fu un ottimo film grazie all'ispirazione e agli sforzi del
                                                  suo
                                                  Calder Willingham
    Ho i circuiti in sovraccarico, quasi quasi convince anche me.

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    01 gennaio 2010

    Napoleon: recensione parte 7

    La sceneggiatura del Napoleon prende un intero libro dei dieci incastonati nel libro-cassaforte in modo che sia riprodotta in fac-simile della copia personale di Kubrick conservata al Kubrick Archive di Londra.

    Dal punto di vista del contenuto, si tratta dello script che era stato diffuso inspiegabilmente su Internet nel 2000 (e fatto togliere da ArchivioKubrick nientemeno che dallo studio legale di Kubrick, caso unico in Italia – punto d'onore sul mio medagliere). L'unica differenza che ho rilevato con la copia ribattuta e messa online è un cartello iniziale con cui Kubrick si premura di far presente ai finanziatori che il film non verrebbe fuori così lungo come potrebbero pensare sfogliando le pagine: "Due to the large type face used for this script, there is an average of 41 lines to the page instead of the standard 52 lines. For any production timing purpose, it should be noted that the present total of 186 pages would be 148 pages in normal script format." Mi fa sempre ridere vedere Kubrick che tratta i dirigenti delle major come bambini.

    Lo script porta in copertina la data del 29 settembre 1969, ma la maggior parte delle pagine è datata 25 settembre. Contrariamente a quanto avevo sempre pensato, questa sceneggiatura non è stata consegnata alla MGM, che aveva chiuso il progetto nel gennaio 1969, ma alla United Artists, che aveva preso in carico la produzione qualche settimana dopo. A questa sceneggiatura Kubrick aveva comunque allegato le production notes scritte per la MGM nel novembre 1968 con l'analisi dei costi del progetto.

    Rispetto al trattamento del 1968, questa sceneggiatura ha perso il folgorante inizio in favore di una partenza meno epica, con Napoleone che ascolta una favola cullato dalla madre Letizia, stringendo un orsacchiotto di peluche. Le scene successive che seguono Napoleone lungo l'infanzia e l'adolescenza nella scuola militare – un ragazzo solitario, preso in giro dai compagni – suonano un po' goffe, segno che Kubrick non aveva ancora risolto il problema della partenza del film, anche qui ridotta a una serie di frettolose cartoline.

    Purtroppo la fretta prosegue anche in seguito: se il trattamento aveva il lusso di poter contare sul fraseggio per restituire sensazioni e ritmi, qui la logica della messinscena numerata e delle battute di dialogo obbliga Kubrick a un passo a tratti sbrigativo. Quasi tutta la passione che trapelava dalle pagine del trattamento sembra in effetti evaporata.

    Inoltre, le scene che Kubrick ha inventato per drammatizzare i concetti annotati nel trattamento non sono sempre ben pensate e rischiano di sembrare metafore un po' grossolane, come l'episodio del vecchietto russo incartapecorito che non soccombe ai colpi di baionetta francese nel contesto di una Mosca ridotta a una città fantasma.

    Considerando l'andamento dello script nel suo complesso si individuano ulteriori difetti. Nella prima parte il narratore funziona quasi sempre come mera descrizione di quello che la scena presenta: forse Kubrick stava inseguendo un effetto simile a quello ottenuto poi in Barry Lyndon con la voce narrante che anticipa, commenta e sottolinea solo quello che si vede in scena, causando un raffreddamento della storia?

    Più avanti la voce narrante sembra perfino arrancare dietro al passo spedito degli eventi, quando tenta di fornire raccordi tra le varie scene. Ancor meno efficacemente, le tocca dar conto dei punti decisivi della trama, arrivando ad esempio a spiegare l'esito di una battaglia quando le scene ne descrivono solo l'inizio e le mappe animate illustrano la strategia che muove gli eserciti.

    Le uniche scene veramente buone sono quelle relative alla Campagna di Russia: iniziando con l'intelligente confronto tra lo Zar Alessandro e l'ambasciatore Coulaincourt per proseguire con i dialoghi tra lo Zar stesso e il suo Generale Kutusov e concludere con la descrizione della Grande Armée prigioniera delle steppe, in questa lunga macro-sequenza gli eventi sono tratteggiati con attenzione e i dialoghi risultano psicologicamente soddisfacenti. Ma è un unicum, e lo script torna subito a enumerare scene brevissime, che paiono ancora di raccordo invece che di sostanza. Riecco il narratore che si affretta a spiegare cosa succede.

    Anche a voler considerare la "teoria delle non-submersible units" che aveva fatto faville in 2001: Odissea nello Spazio (creare una storia da quattro o cinque momenti decisivi, lasciando allo spettatore il compito di collegarli), questa sceneggiatura ha il difetto di voler presentare troppi eventi in poco tempo, riducendo ciascuno di essi a un rapidissimo flash. Non siamo di fronte a qualche "unità non affondabile" ma a troppi micro-elementi che galleggiano uno addosso all'altro.

    A lungo andare, si ha la sempre più netta impressione che quel che si vedrebbe sullo schermo se si volesse girare questa sceneggiatura sarebbe solo un estratto di quel che servirebbe per ottenere un buon film. Se Jan Harlan riuscirà veramente a realizzare questo script mi auguro che il regista di turno, sia egli Steven Spielberg, Ridley Scott o Ang Lee, abbia quel tanto di giudizio che serve per evitare uno scempio – ossia tirarsene fuori o rifare tutto da capo. Ecco un caso in cui non invocherei affatto la fedeltà a Kubrick. Invoco piuttosto la rinuncia o, più realisticamente, la diserzione.

    Per chiudere con toni meno foschi, tra le connessioni simpatiche che nascono leggendo la sceneggiatura ci sono l'incontro tra Josephine e Napoleone al tavolo da gioco, ripreso e replicato in Barry Lyndon, una descrizione dell'orgia con una certa somiglianza con Eyes Wide Shut e soprattutto un discorso dell'Imperatore ai suoi commensali in cui si ritrovano, quasi parola per parola, le idee che Kubrick esprimerà di lì a due anni durante le interviste per Arancia Meccanica:
    The revolution failed because the foundation of its political philosophy was in error. Its central dogma was the transference of original sin from man to society. It had the rosy vision that by nature man is good, and that he is only corrupted by an incorrectly organized society. Destroy the offending social institutions, tinker with the machine a bit, and you have Utopia – presto! – natural man back in all his goodness. It's a very attractive idea but it simply isn't true. They had the whole thing backwards. Society is corrupt because man is corrupt – because he is weak, selfish, hypocritical and greedy. And he is not made this way by society, he is born this way – you can see it even in the youngest children. It's no good trying to build a better society on false assumptions – authority's main job is to keep man from being at his worst and, thus, make life tolerable, for the greater number of people.
    Ecco per esempio cosa aveva detto Kubrick a Bernard Wienraub del New York Times: "Una delle fallacità più pericolose che ha influenzato molti ragionamenti politici e filosofici è che l'uomo sia essenzialmente buono e che sia la società a renderlo cattivo. Rousseau ha trasferito il peccato originale dall'uomo alla società e questa visione ha contribuito in modo rilevante a quella che io ritengo sia una premessa incorretta su cui basare una filosofia politica e morale." Sorprendente, no?

    Concludo con una recensione della sceneggiatura da parte del Guardian, del tutto condivisibile.

    Draft excluder: Napoleon - the greatest movie never made?, Phil Hoad, The Guardian, 09.12.2009

    Le altre recensioni:
  • Impressioni iniziali: spacchettando i libri.
  • Prima parte: i tre libri più piccoli.
  • Seconda parte: sei saggi del libro Text.
  • Terza parte: i dialoghi tra Kubrick e Markham.
  • Quarta parte: corrispondenza, appunti e cronologia.
  • Quinta parte: iconografia e piano di produzione.
  • Sesta parte: il trattamento del 1968.
  • Ottava parte: ultimi due saggi di Text.
  • Conclusione: recensione finale sull'intero libro.



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    30 dicembre 2009

    Napoleon: recensione parte 6

    Riprendo la recensione del libro Text dello Stanley Kubrick's Napoleon, con il trattamento che Kubrick ha concluso il 2 novembre 1968, presentato qui senza introduzione ma con le note di Geoffrey Ellis come già era stato fatto per i dialoghi con Felix Markham.

    Una data di chiusura del testo così prematura potrebbe indicare, più che un vero trattamento, il tentativo da parte di Kubrick di mettere ordine tra il materiale accumulato: mi immagino il regista avere di fronte decine di citazioni dalle lettere dei personaggi storici, estratti da libri con descrizioni delle istituzioni francesi, tutto sparpagliato sulla scrivania, a spostare i pezzi avanti e indietro come in un domino per intravedere lo svolgersi delle scene del suo film. Ed effettivamente, leggendo il testo, a partire dal semplice concatenamento di questi elementi, sprazzi di film affiorano dalle pagine.

    Dopo una partenza folgorante – "For much of the time he was carried in his mother's body, Napoleon could hear the sound of war," scrive Kubrick come incipit – le scene che seguono elencano gli episodi salienti della prima parte della vita di Napoleone e sono poco più che un riassunto. Poi però, d'improvviso, entra in scena Josephine e il trattamento prende ritmo: Kubrick inizia ad alternare le scene di politica e strategia militare (le sommosse parigine post-rivoluzione, il contenimento della flotta inglese e la campagna d'Italia) con momenti intimi tratteggiati dalle appassionate lettere che Napoleone scrive all'amata. La semplice giustapposizione di eventi pubblici/privati è sufficiente per raggiungere l'obiettivo che Kubrick si era appuntato in una nota scritta all'inizio del progetto: "There probably will be more than ample opportunity to make all the psychological points that can possibly be made, tied into the main events of the story. Unlikely to need many scenes of their own to be there just to make psychological points."

    Significativo in questo senso è quanto la relazione tra Napoleone e Josephine inizi subito in modo dolorosamente asimmetrico: alla fine del loro primo incontro Kubrick scrive con ironico distacco: "That night Napoleon went to bed filled with the romantic thoughts about Josephine. Josephine went to bed with Barras." Bastano questi pochi passaggi per garantire già l'immedesimazione emotiva del pubblico con Napoleone.

    "I awake intoxicated with thoughts only of you," cita Kubrick dalle lettere di Napoleone qualche pagina più avanti, a cui fa seguire crudelmente una fredda e distante lettera di Josephine a un amico: "The question is am I in love? Unfortunately I cannot say that I am, but the worst of it all is that I find myself in a profound state of indifference – lukewarm would be the best way to put it." Josephine si dedicherà invece con passione alla sua relazione con il Luogotenente Hippolyte Charles, un damerino di bell'aspetto. Conoscendo ciò che Kubrick leggeva all'epoca, sono convinto avesse individuato qui echi del Girotondo schnitzleriano, in cui tutti rincorrono l'amore di qualcun altro in una sorta di frenetica e triste catena emotiva-sessuale.

    Per meglio mettere a fuoco la psicologia di Napoleone, invece che di una scena appositamente costruita, Kubrick si serve di una lettera del finanziere Hamelin con cui sarà stato sicuramente d'accordo e che suona infatti come il suo punto di vista: "I felt extremely distressed at the thought of this young general – already in the aura of a glory which reflected on his wife – in a losing contest with a little dandy who had little to recommend him except a pretty face and a hair-dresser's elegance."

    L'insoddisfazione emotiva di Napoleone è una costante in tutti i primi capitoli e pone le basi per la traiettoria di caduta che avverrà in seguito. "My husband doesn't love me – he worships me," riprende ancora Josephine, "I fear he will go mad with love." L'obiettivo del regista è quanto mai chiaro: osservare come il virus dei sentimenti, delle emozioni, inizi a contaminare il cervello di Napoleone rovinandone la splendida geometrica efficacia da stratega militare. Ragione vs. Sentimento, come sempre in Kubrick.

    Nei capitoli successivi la lettura risulta appassionante semplicemente grazie al resoconto degli eventi della vita di Napoleone: la campagna d'Egitto, il ritorno in patria, il Consolato, l'incoronazione a Imperatore. Aveva ragione Kubrick: Napoleone poteva non essere il migliore o il più onorevole uomo nella storia, ma di certo il più interessante.

    Si percepisce chiaramente la passione di Kubrick per il soggetto: il regista parla delle riforme politiche e amministrative intraprese dall'Imperatore con lo stesso entusiasmo che spende per raccontarne le gesta eroiche in battaglia. E pare anche di intravedere una netta somiglianza tra i due quando scrive, con evidente ammirazione, "France was beginning to feel the impulse of a unified will and a controlling mind working at top speed – often 18 hours a day."

    A volersi divertire, è facile proseguire il parallelo tra regista e Imperatore, specialmente leggendo in controluce la descrizione di come Napoleone passasse la giornata: lo riporto integralmente perché mi pare la miglior descrizione mai fatta – ma di Kubrick.
    He rose at 7:00 am, to read reports and to dictate letters until 9:00 am. [...] He was always busy with paperwork, even in the field.
    It was estimated that he dictated about 80,000 letters during his 15 years of rule. When going through his mail and reports, he would deal immediately with urgent matters, place less important papers in one stack, and throw everything else on the floor. He would dictate so rapidly that his secretary could only make notes and would then have to attempt a fair reconstruction of what was said. But Napoleon would carefully re-read each letter and make corrections before he signed them. His own handwriting was so illegible he frequently could not read it himself.
    He rarely spent more than a quarter of an hour at meals and always drank an indifferent Chambertin. He preferred eating dinner alone, and, after the food was set out before him, he would often eat dessert, meat, soup in no special order.
    The rest of his day would be spent at his desk or in conference, and he was usually in bed by 10:00 pm, though he would sometimes rise and resume work in the small hours. His personal secretary was always to be present unless he was sent out of the room. He was never to speak unless he was asked a question and he was always to be ready to commence dictation. In the pauses between dictation, he was supposed to make fair drafts of previous letters. He was expected to present himself at any hour of the day or night when Napoleon might awake to commence work.
    Napoleon got surprisingly high marks from his personal servants, his aides, his secretaires, and his valets. In their experience, he was naturally kind and considerate, if he got into a rage it was quickly over and he usually made amends.
    There were evenings when he would sometimes stroll incognito through the streets of Paris in civilian dress [...]
    The charm which Napoleon could turn on at will was used to fortify his mastery over men's minds. [...] His surest touch was with his soldiers. His constant reviews, and his presence on the battlefields, enabled him to establish an extraordinary degree of personal contact, particularly among the Guard. Napoleon played on the emotions of glory, adventure, and comradeship with the skills of a sorcerer. Wellington reckoned the moral effect of Napoleon's presence with his army was worth 40,000 men.
    Napoleon's only relief from tension was his love of scalding hot baths, which he took as many as three times a day, and would sit in for up to two hours at a time. His servants had strict instructions to keep the tub filled and ready twenty-four hours a day.
    Pare perfino di percepire solidarietà per questa presunta bizzarria.

    Il trattamento riprende ad alternare strategie di guerra e scaramucce sessuali, che continuano a interessare Kubrick così tanto da dedicare metà pagina al mancato incontro tra Napoleone e M.lle X, un'innominata attrice di grido che l'Imperatore si è fatto portare nella sua camera da letto ma a cui non dedica tempo per non sottrarlo alla lettura delle sue carte. Ecco una scena per realizzare quel che il regista aveva detto a Jay Cocks nell'intervista "Degrees of Madness" di Time: "'Molta gente non è consapevole che alla vigilia di una battaglia Napoleone passava la maggior parte del tempo sulle scartoffie.' Di tutti i registi del mondo, – concludeva Cocks – Kubrick è forse il solo che possa fare un film epico a partire da delle scartoffie."

    La traiettoria discendente di Napoleone inizia con i problemi in Portogallo (indeciso se seguire l'Inghilterra o la Francia), in Spagna (guerriglia a causa della sostituzione dei sovrani imposta dall'Imperatore) e soprattutto con le macchinazioni di Talleyrand che gettano le basi per il voltafaccia russo e la catastrofe dell'inverno 1812 con la decimazione della Grande Armée. Come ci aspettavamo, questi eventi seguono in parallelo il lunghissimo e doloroso divorzio da Josephine, e di nuovo il lettore (lo spettatore) si trova a comprendere lo stato d'animo di Napoleone in modo chiaro, nonostante nessuna frase (scena) dica esplicitamente qualcosa sui suoi pensieri.

    Che il trattamento non sia definitivo lo si capisce anche da come, in queste scene, Josephine risulti esageratamente attaccata a Napoleone, quando l'avevamo lasciata un paio di capitoli prima allegra e distratta tra le braccia dei suoi amanti. E' probabile che nella sceneggiatura ultimata il passaggio da "tepore" a "ardore" fosse stato meglio calibrato. Simile buco si rintraccia poco più avanti per l'entrata in scena di Maria Luisa d'Austria, seconda moglie di Napoleone e madre del suo erede, che appare e scompare senza lasciare molte tracce.

    Il mistero della relazione tra Napoleone e Josephine, o meglio del personaggio Josephine stesso, permane anche nella sequenza, tragica e toccante, della sua morte tra i lustri di un'aristocrazia in declino: per non distogliere attenzione ai suoi ospiti e per sentirsi ancora amata e importante, Josephine trascura la sua salute fino a perderla del tutto. Napoleone, in esilio all'Elba, saprà della notizia dai quotidiani e passerà un'intera giornata chiuso nelle sue stanze.

    Alla fine del capitolo Elba Napoleone si risolve a rischiare un ultimo tentativo per tornare al potere: il trattamento di Kubrick, pur semplice, non è scevro da effetti drammatici quando riporta prima di un fade-to-black il commento della madre di Napoleone alla notizia: "'You were not made to die on this island,' she said." Ugualmente grandiosa la scena in cui Napoleone si para innanzi ai suoi ex-soldati a petto scoperto gridando "If there is any soldier among you who wishes to kill his emperor, he may do so. Here I am." Un singolo proiettile avrebbe posto fine all'avventura – scrive Kubrick – ma il reggimento restò impietrito, ipnotizzato da questa visione di gloria passata. Gli uomini infine ruppero i ranghi e circondarono Napoleone al grido di "Vive l'Empereur!"

    Influenzato ancora una volta dalle emozioni – la gloria per il suo ritorno a Parigi – Napoleone sbaglia il suo giudizio sul Congresso di Vienna e non prevede le mosse dei nemici; di nuovo, offuscato dall'odio verso Wellington, il comandante delle truppe inglesi, sottostima le forze dell'avversario e, ancora, tormentato dal dolore alla vescica che lo accompagnava da anni, ritarda la preparazione della battaglia e l'affida al Maresciallo Ney che non si rivelerà all'altezza. La carica dei Prussiani spazza via l'esercito francese colpendolo al fianco: Waterloo è arrivata. "One must not forget that I am only a man, after all," ci ricorda Napoleone dalle sue memorie.

    Inevitabile a questo punto che il trattamento faccia seguire alla sconfitta militare e politica una delicata scena intima, in cui Napoleone passeggia nel giardino di Malmaison con Hortense, la figlia di Josephine: tra i verdi cespugli di una fresca sera estiva, Napoleone si lascia andare all'onda dei ricordi e sussurra: "I still cannot believe she is not here. At any moment, I expect to see her appear around the corner with an armful of flowers. My poor, poor Josephine."

    Quando dopo l'epilogo di St. Elena il trattamento si avvia alla conclusione, pare vedere la macchina da presa avvicinarsi alla lapide tombale di Napoleone mentre la voce narrante racconta come gli inglesi fossero indecisi su cosa dovesse esserci scritto; Kubrick chiude la storia con questa frase: "There was a dispute and in the end, the tomb was left nameless" ed è inevitabile sentire il lamento del violoncello che chiude, con la stessa malinconia, Barry Lyndon.

    Il film realizzato come ripiego per l'irrealizzato Napoleon ha molti debiti con questo progetto: la sibillina nota "You need distance" che si leggeva tra le prime carte acquista un significato molto chiaro se letta pensando a Barry Lyndon. Il gioco di Kubrick di dosare attentamente successi e fallimenti saltando da un personaggio all'altro contribuisce anche in questo trattamento a schiacciare tutte le figure storiche in un tempo assoluto e osservarne le gesta da una prospettiva siderale.

    Una lettura splendida, questo trattamento, utilizzabile anche come Bignami della vita di Napoleone, ma soprattutto come una bozza per un film appassionante, ricco di tutti gli ingredienti necessari: come aveva scritto Kubrick a margine delle sue letture, "It has everything a a good story should have. A towering hero. Powerful enemies. Armed combat. A tragic love story. Loyal and treacherous friends. And plenty of bravery, cruelty, and sex."

    Le altre recensioni:
  • Impressioni iniziali: spacchettando i libri.
  • Prima parte: i tre libri più piccoli.
  • Seconda parte: sei saggi del libro Text.
  • Terza parte: i dialoghi tra Kubrick e Markham.
  • Quarta parte: corrispondenza, appunti e cronologia.
  • Quinta parte: iconografia e piano di produzione.
  • Settima parte: lo script del 1969.
  • Ottava parte: ultimi due saggi di Text.
  • Conclusione: recensione finale sull'intero libro.
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    23 dicembre 2009

    Napoleon: recensione parte 5

    Pensavate che avessi finito col librone, eh? No, no, sono sempre lì a leggerlo. Se non altro i 500 Euro garantiscono una lunga durata. Ecco quindi due nuovi libri dello Stanley Kubrick's Napoleon della Taschen.

    Reference
    E' un album che presenta le fonti iconografiche raccolte da Kubrick per iniziare a ragionare sull'aspetto visivo del Napoleon. L'album presenta una selezione dalle pagine di due raccoglitori ad anelli sui 24 presenti nei bauli dell'archivio. Le fotografie erano ordinate più o meno per argomento: si trovano quindi una serie di ritratti di Napoleone, poi scene di vita familiare e mondana dell'epoca, poi dipinti e stampe dalla campagna di Russia e così via.

    Come per le note sui costumi, le fotografie alle pagine sono state realizzate fronte/retro, in modo che sfogliando questo album si ha l'impressione di sfogliare i veri raccoglitori ad anelli di Kubrick.

    In un paio di occasioni si ritrovano disegni che devono aver ispirato alcune scene di Barry Lyndon, come l'incontro adulterino tra Redmond e la cameriera nel parco e la carrozza del piccolo Bryan trainata dai montoni.
















    Production
    Il libro, copertina morbida rilegata a caldo, presenta soprattutto le riproduzioni fotografiche delle bozze del piano di produzione scritte da Kubrick a mano e a macchina.

    Questo piano di produzione era allegato alla fine del trattamento inviato alla MGM nel 1968 per ottenere il finanziamento: per convincere i capi della major, Kubrick ha spiegato dettagliatamente le sue idee per contenere i costi e al contempo realizzare comunque un film ricco e di valore. "Le quattro principali aree di costo per un film di grandi proporzioni," scrive Kubrick, "sono: 1) gran numero di comparse; 2) gran numero di uniformi militari; 3) gran numero di set costosi da costruire; 4) star cinematografiche ad alto salario." Per ciascuna di queste voci seguono pagine di escamotage per limitarne l'impatto sul budget, dalle riprese in Yugoslavia e Romania dove la manodopera costa un decimo che in Inghilterra alle uniformi stampate su carta resistente per le scene di massa, dal noleggio delle vere location fino l'uso della front-projection.

    Per quanto riguarda gli attori, Kubrick scrive una pagina che svela una acutissima percezione del valore degli interpreti di un film, suddivisi in "bravi attori" e "star", due gruppi che non sempre coincidono. Per il suo Napoleon all'epoca Kubrick aveva in mente David Hemmings come prima scelta e Oskar Werner come seconda scelta. Audrey Hepburn era invece l'unica opzione per la protagonista femminile: "non sono in realtà interessato a nessun'altra Josephine," confessa Kubrick: il problema è che l'attrice in questione "dovrebbe essere in grado di recitare l'infelicità con gusto e stile, una cosa che poche attrici sembrano in grado di eseguire senza cadere in un'esagerata auto-commiserazione." Questo commento è stato eliminato, prudentemente, dalla versione definitiva inviata agli ingessati dirigenti della major.

    Segue il capitolo su cosa è stato completato fino a quel momento, e uno si trova annientato dalla mole di progressi già raggiunti al solo mese di novembre 1968, poco più di sei mesi dopo il debutto di 2001: Odissea nello Spazio nelle sale. Ricordiamo anche che nel frattempo Kubrick era impegnato anche con la supervisione del doppiaggio nelle lingue straniere. Sono dieci anni che leggo di Kubrick e tuttora resto sorpreso di fronte a quanto efficacemente riuscisse a spremere il tempo.

    Viene poi riprodotto integralmente il piano di produzione in versione definitiva (una ripulitura di questi appunti), lo stesso che era trapelato su Internet qualche anno fa.

    Si passa poi a 80 pagine che riproducono integralmente la suddivisione in scene del trattamento, con distinzione tra scena di esterni e scena di interni, con in appendice l'elenco dei personaggi. Onestamente, cosa me ne frega? Si prosegue nell'inutilità con il piano di produzione delle scene in Ungheria, che fornisce informazioni sui giorni impiegati nelle varie scene, il costo di ogni risorsa e i servizi aggiuntivi (catering, trasporti, ecc.). Come buttar via mezzo libro.

    Proseguendo con i difetti del libro, la scelta della rilegatura a caldo è totalmente infelice per un volume di 250 pagine: basta leggerlo una volta, anche evitando di aprirlo completamente, e sulla costola si creano pieghe. Ben più grave, nella prima parte i fogli delle bozze sono palesemente in ordine errato: si ritrova lo stesso argomento separato in più punti e la prima versione scritta a mano è sparpagliata mezza all'inizio e mezza alla fine. Bravi, di nuovo, bravi.











    Le altre recensioni:
  • Impressioni iniziali: spacchettando i libri.
  • Prima parte: i tre libri più piccoli.
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  • Terza parte: i dialoghi tra Kubrick e Markham.
  • Quarta parte: corrispondenza, appunti e cronologia.
  • Sesta parte: il trattamento del 1968.
  • Settima parte: lo script del 1969.
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    17 dicembre 2009

    A.I. from Kubrick to Spielberg: recensione

    Il libro A.I. Artificial Intelligence – From Stanley Kubrick to Steven Spielberg: the vision behind the film racconta con testi e illustrazioni il più famoso progetto incompiuto di Kubrick, il film sull'intelligenza artificiale, a cui il regista ha lavorato a più riprese agli inizi degli anni '80 e nei primi anni '90 e che sarebbe entrato in produzione una volta concluso Eyes Wide Shut. Il film è stato infine realizzato da Steven Spielberg nel 2001.

    Kubrick si era interessato ai computer e alle intelligenze artificiali alla fine degli anni '60, in piena lavorazione di 2001: Odissea nello Spazio; leggendo la novella di Brian Aldiss – il piccolo androide inconsapevole della sua condizione artificiale che desidera ardentemente l'amore della sua mamma, un'umana – aveva trovato un nocciolo perfetto attorno cui costruire una storia che avesse la complessità di un trattato filosofico pari a quelli che stava leggendo come documentazione (Mind Children di Hans Moravec soprattutto, con la sua mistura di scienza e socio-biologia) e al contempo l'impatto inconscio e di pancia di ogni mito.

    Quale dovere morale avremmo noi umani – si chiedeva Kubrick – verso un robot da noi costruito che avesse la capacità di amare, di provare un genuino sentimento d'affetto e attaccamento verso uno della nostra specie? Sarebbe l'equivalente di un animale domestico? Sarebbe qualcosa di simile a un nostro figlio? Che dignità ontologica avrebbe questo essere creato a nostra immagine e somiglianza in un atto di marcata emulazione divina? E' facile individuare qui echi del Frankenstein di Mary Shelley, mito moderno sulla falsariga del classico Prometeo.

    E ancora, sulla scia degli studi di psicologia cognitiva che simulano artificialmente il nostro comportamento per individuarne le specificità, cosa è l'amore? Cosa sono i nostri sentimenti, se un essere artificiale può emulare il comportamento di qualcuno che li prova? E se un robot si comporta come chi ama, si può dire che ami veramente? Cosa serve per amare? Vengono giustamente le vertigini a pensare a questi interrogativi.

    Ma il progetto A.I. andava perfino oltre: combinando la storia dell'androide bisognoso d'affetto David con le disavventure del burattino Pinocchio (nuova variazione sullo stesso mito, con ribaltamento di prospettiva dal creatore alla creatura), Kubrick aveva compiuto un assoluto colpo di genio, individuando nella fiaba di Collodi il vero mito di fondazione della cultura degli androidi: il desiderio di essere umani, di diventare "un bambino vero," di raggiungere il regno della realtà, della verità, dove stavano coloro che li avevano creati. Forse, suggeriva Kubrick, solo diventando "veri," diventando umani, i robot avrebbero potuto ottenere l'approvazione dei loro creatori, guadagnandosi il diritto all'esistenza da noi gelosamente custodito e negato con innegabile disagio.

    Kubrick avrebbe così anche indirettamente realizzato il miglior adattamento cinematografico di Pinocchio, cogliendone l'essenza, il cuore pulsante, il mito che Collodi non poteva pienamente comprendere perché ancora legato a un semplice burattino di legno e inconsapevole della pervasività dei burattini moderni di metallo e silicio. Un innesto potentissimo quello tra Aldiss e Collodi, anche a costo di rasentare il ridicolo inserendo la Fata Turchina in un film di fantascienza. Forse, suggeriva Kubrick con questo colpo di teatro, solo la magia avrebbe potuto permettere agli umani di superare le loro resistenze, di vedere come i robot senzienti potrebbero essere il naturale e inevitabile passo per scongiurare l'estinzione della specie umana, un passo non solo tecnologico ma evolutivo.

    "They hate us, you know, the humans," ammette dolorosamente Gigolo Joe al piccolo David, e nella storia si apriva un altro squarcio, quello del diverso, il secolare muro eretto dalle maggioranze per tenersi ben distinte dalle minoranze, siano esse lo schiavo, la donna, l'omosessuale, il negro e, certo, il muro contro il diverso per eccellenza: lo spettro dell'Olocausto, evento di enorme importanza per Kubrick.

    Super-Toys era un racconto perfetto per un film di Kubrick: una base narrativa, una storia efficace (anzi due dopo l'arrivo di Pinocchio) su cui poggiare i castelli teorici assorbiti in trent'anni di letture sull'argomento, una serie di domande ben più importanti delle risposte, una favola per adulti che puntava coraggiosamente alla fondazione di un nuovo mito moderno. Troppo complesso da gestire, un costrutto troppo pesante da sorreggere. Non sorprende che il progetto procedesse con lentezza durante gli anni, ostacolato come è stato detto dall'arretratezza degli effetti speciali ma anche, ne sono convinto, dalla sensazione di non aver ancora messo tutti i pezzi al loro posto. Però procedeva, andava indubbiamente avanti, nuovi tasselli, nuovi incastri, nuovi consulenti con il loro altrettanto valido contributo: Brian Aldiss, Bob Shaw, Ian Watson, Sara Maitland, la ILM, Chris Baker, tutti hanno lasciato il loro tassello, più o meno allineato con gli altri.

    Il puzzle in costruzione è stato spazzato via da una imprevista folata di vento nel 1999 e ricomposto nel 2001 da Steven Spielberg. Proprio lui inaugura questo libro con una prefazione che racconta brevemente la sua amicizia con Kubrick e la collaborazione sul progetto, non senza qualche errore fattuale (nel 1993, convocato a Childwickbury dopo Jurassic Park, non poteva aver visto i disegni di Chris Baker, iniziati nel 1994) ma con indubbia modestia: "as proud of the film as I may be, I still wish we could have seen Stanley's version of A.I. It might have been his greatest achievement."

    Devo tutto sommato dare atto a Spielberg di aver affrontato il compito di dirigere A.I. con passione e sincerità: il fatto di non aver assunto alcuno sceneggiatore per ricavare uno script dal groviglio di appunti e trattamenti kubrickiani scegliendo invece di scrivere tutto da solo, una cosa che non faceva dal 1977 con Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, è l'indubbia prova della sua volontà di rispettare il suo legame con Kubrick e mantenere il più possibile intatte le discussioni che i due avevano fatto sul progetto. Evitare uno scrittore su commissione ha impedito che si frapponesse un altro filtro tra noi e il film che avrebbe diretto Kubrick, oltre quello inevitabile della sensibilità di Spielberg.

    Jan Harlan, produttore esecutivo di Kubrick e vera anima dietro alla realizzazione postuma di A.I., scrive al contrario un'introduzione dai toni forzatamente epici: "alla morte di Stanley nel 1999, vidi i mille disegni di Baker scivolare nell'oceano dell'oblio, insieme alla storia, alla sceneggiatura, ai tentativi falliti, all'entusiasmo e all'amore per questo progetto ambizioso. Ma Steven Spielberg è arrivato in soccorso e ha salvato tutto quanto..." Ripetendo il luogo comune del passaggio di consegne tra registi ("He's the best director for this anyway," sente Kubrick ripetere dalle nebbie del tempo) Harlan ci spiega come la sceneggiatura scritta da Spielberg sia migliore di quella abbozzata da Kubrick: può darsi, fatto sta che lo dice da otto anni senza permetterci di leggerla; ci deve bastare di sapere che Spielberg ha sviluppato alcuni personaggi, scartato certe scene e aggiunte altre, e dato una spinta in avanti alla trama.

    Il punto peggiore arriva quando Harlan racconta come il problema principale nel 1993 fosse la realizzazione di un convincente robot bambino: "Nessuno avrebbe creduto che il personaggio della madre avrebbe potuto amare un pupazzo." La scelta ovvia era utilizzare un bambino vero, ma Stanley aveva lunghi tempi di lavorazione e ben sapeva che si sarebbero notati cambiamenti dovuti alla sua crescita. Fortuna che è arrivato Spielberg con le sue produzioni lampo, dice Harlan. Peccato, dico io, che Harlan non abbia minimamente compreso il punto che si nascondeva dietro l'ostinazione di Kubrick di voler creare un animatronic convincente: immaginiamoci i climax emotivi del film, con David abbandonato nel bosco da sua madre, o il suo suicidio dopo le sconvolgenti rivelazioni sulla sua vera natura, o perfino le lacrime che scendono dai suoi occhi quando si sente finalmente dire "ti amo" da sua mamma – immaginiamoci queste scene "recitate" da un robot, immaginiamoci tutto il film senza il pur bravo Haley Joel Osment; il pubblico si sarebbe emozionato, avrebbe pianto perfino, per i sentimenti provati da una macchina. Un essere digitale (un Gollum, per citare l'esempio più riuscito) non avrebbe toccato il punto teorico con la stessa efficacia, per questo aveva tenuto Chris Cunningham un anno a casa sua. Era indispensabile avere un robot vero sul set, in mezzo agli attori umani, per farci vivere l'inquietante domanda attorno cui ruota il film.

    Jane Struthers, capo pubblicazioni dell'Università delle Arti, sede del Kubrick Archive, si assume il compito di sbrogliare la matassa dei venticinque anni di studi, preparazione ed esperimenti sul film. Nel suo articolo intervista Brian Aldiss, autore della novella e primo collaboratore alla sceneggiatura, Ian Watson, secondo scrittore di fantascienza responsabile della gran parte del trattamento finale, Sara Maitland, scrittrice chiamata a enfatizzare il lato umano e sentimentale della storia, Chris Baker, disegnatore assunto da Kubrick per inventarsi da zero il look del film, i tecnici della Industrial Light & Magic di George Lucas, responsabili degli effetti digitali, e lo staff degli Stan Winston Studio, creatori degli animatronics.

    Grazie a queste testimonianze e alla sua preparazione, la Struthers tenta, e riesce, a dar conto della incredibile ricchezza filosofica dietro al progetto kubrickiano, in pagine così dense di riferimenti ai libri sull'Intelligenza artificiale di Marvin Minsky, Hans Morevec e Arthur Koestler, e perfino – mirabile dictu – di connessioni proustiane (La Ricerca del Tempo Perduto come saggio sul funzionamento della memoria, preso a modello per l'ultimo atto del film) che convincono a riconsiderare il film come qualcosa di più del solito omogeneizzato spielberghiano.

    Dopo un breve testo di Brian Aldiss sui disegni di Chris Baker, seguono tre capitoli, uno per ogni atto del film – l'arrivo, il viaggio, la scoperta – con testi scritti sempre dalla Struthers combinando un riassunto della trama, suggerimenti per una lettura attenta del film (motivi circolari ripetuti, rimandi tra scene, uso di specchi e immagini riflesse, ecc.), ricordi di Baker su cosa era stato discusso in fase di progettazione degli storyboard tra lui e Kubrick, commenti degli scenografi, dei tecnici e dei creatori di effetti che hanno lavorato con Spielberg al suo film. I testi sono corredati da moltissimi disegni di Baker, alcuni fotogrammi del film, qualche foto di scena e passaggi dal trattamento di Ian Watson e battute dalla sceneggiatura di Spielberg.

    Devo dire che il mix di questi elementi (una dichiarazione di un tecnico che avvia uno spunto di riflessione affiancato da un disegno di Baker confrontato con un fotogramma del film, e così via) è estremamente efficace. Leggendo e sfogliando il libro, il film torna alla memoria e, quasi miracolosamente, i suoi elementi vengono messi meglio a fuoco, le sensazioni emotive suscitate riaffiorano e si combinano con le idee esplorate nella prima parte del libro.

    Viene anche molto abilmente restituita la volontà degli artisti coinvolti di rispettare l'idea originaria di Kubrick, attenendosi ai ricordi di Baker e frenando il più possibile la tentazione di interpretare o di concludere quel che era ambiguo. Non so quanto questo effetto sia creato ad arte o quanto invece (fortunatamente, dico da ammiratore di Kubrick) sia stato semplicemente raccontato, tuttavia il messaggio del tentato rispetto della visione kubrickiana passa, e passa bene.

    Purtroppo il libro prosegue con un superfluo commento di Jan Harlan che rovina l'atmosfera di convincente sottotono ribadendo a colpi di grancassa quanto Kubrick sarebbe stato fiero del film diretto da Spielberg. Mi ero quasi convinto della bontà dell'operazione, molto più di quanto lo ero stato nel 2001 all'uscita del film, e poi l'inevitabilità delle conclusioni facili à la Harlan è tornata a infastidirmi. Può anche darsi che Kubrick avrebbe apprezzato A.I. di Spielberg, ma non è possibile dirlo e soprattutto è una considerazione che non spetta certo al produttore (esecutivo) del film. "I grandi artisti sono generosi perché se lo possono permettere," chiosa Harlan sottintendendo che la cessione della sedia da regista era programmata e sarebbe avvenuta comunque. Non abbiamo prove (anzi, in realtà abbiamo indizi a sfavore) e vano è sperare che il nostro abbia il buon gusto di non sostituirle col tautologico "io lo conoscevo bene e ve lo posso garantire."

    La tanto strombazzata (all'epoca) frase di consegna dell'opera, "I write and you'll direct," ribadita da Spielberg in ogni intervista e ripetuta anche da un esageratamente soddisfatto Jan Harlan, a me ha sempre suonato come una delle classiche battute di Kubrick, quelle sparate assurde con cui sorprendeva l'interlocutore lasciandolo incredulo a baloccarsi tra l'implausibilità del commento appena sentito e la supposta verità dello stesso giacché proferito da Stanley Kubrick in persona. Della stessa categoria è ad esempio l'invito fatto a Raphael sull'andare sul set di Eyes Wide Shut proprio quando ci sarebbe stata la Kidman nuda, o i divertiti commenti riportati da Michael Herr nel suo libro.

    Chiude il libro un saggio di Cynthia Breazel, direttrice dell'unità robotica del MIT, che ripercorre la storia delle ricerche sull'intelligenza artificiale e dei tentativi di costruire robot senzienti; inoltre, racconta il suo coinvolgimento al film A.I. in veste di consulente tecnico per la campagna promozionale, ruolo che l'ha portata infine a collaborare con Stan Winston alla creazione di Leonardo, primo robot animato senziente, un "vero personaggio" che resta vivo anche quando le macchine da presa si spengono. Il pupazzo Leonardo, oltre all'obiettivo di far avanzare la tecnologia robotica, ha permesso anche di raggiungere il secondo scopo degli studi sull'intelligenza artificiale, quello di capire meglio il nostro comportamento sociale e la nostra relazione con le macchine intese come specchi di noi stessi. La Breazel ci rivela in chiusura di essersi emozionata nell'aver visto molte persone reagire alla presenza di Leonardo con simpatia, tenerezza e affetto. Ecco, Jan, vedi? Aveva ragione Kubrick.

    Sono sempre quello che si lagna per la mancanza di esaustività o per la frustrazione del desiderio di avere TUTTO: questa volta la bellezza di questo libro ha arginato le lamentele. Di più, l'efficacia dei testi della Struthers potrebbe perfino iniziare un processo di rivalutazione del film di Spielberg.

    Insomma, un superbo lavoro di editing (inteso come selezione e giustapposizione degli elementi) per una lettura sorprendentemente chiarificatrice e illuminante. Sì, è vero, avrei voluto tutti i mille e mille disegni di Chris Baker e le centinaia di appunti di Kubrick e tutto il trattamento di Watson e le riscritture della Maitland, avrei voluto tutto questo, eppure erano anni che non mi entusiasmavo così per un libro su Kubrick.

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    12 dicembre 2009

    Napoleon: recensione parte 4

    Prendo una pausa nella lettura del corposo Text e passo a svagarmi con gli altri tre librettini di immagini, rilegati come quaderni dalla copertina lucida.

    Correspondence
    Si tratta di una raccolta della corrispondenza intercorsa tra Kubrick e i suoi attori e collaboratori. Troviamo la proposta a Oskar Werner per interpretare Napoleone Bonaparte e la sua risposta incerta (mette in guardia Kubrick dal parallelo film di De Laurentiis con Rod Steiger), seguita dalla lettera di Audrey Hepburn che rifiuta il ruolo di Josephine causa anno sabbatico lontano dai riflettori ("I hope you can understand this... and will think of me again in the future?"). Il problema di Waterloo ritorna con una lettera preoccupata di Robert O'Brien, capo della MGM, convocato dalla Columbia Pictures per un possibile conflitto tra i due film: Kubrick verga a penna la sua strategia difensiva direttamente sulla lettera: punto primo, il suo film coprirà l'intera vita di Napoleone mentre Waterloo si concentra solo sulla battaglia omonima; punto secondo: Waterloo e i Cento Giorni rappresentano una piccola porzione nel totale dei giorni vissuti da Napoleone (ribadiamo il concetto); punto terzo: "they are worried," non lui. Applausi.

    Ringraziamo sentitamente gli eredi di Felix Markham che, mettendo a disposizione le lettere spedite da Kubrick, ci hanno permesso di scoprire il dubbio del regista circa la capacità del grande pubblico di seguire vicende politiche così complesse ("When the Marshalls had other titles would it be wrong to keep calling them Marshall Ney instead of Duke de? It is, of course, terribly difficult for an audience to keep track of a change in name. You are lucky if they remember who Marshall Ney is."), la sua volontà di chiarire ogni punto del contesto storico-politico ("Did ship owners, bankers, government financiers have to pay taxes if they were not in the nobility?") e l'imbarazzo nel dover continuare a posporre gli incontri a causa delle difficoltà produttive e della pausa forzata dovuta alla realizzazione di Arancia Meccanica ("I should hate to be the cause of you losing a motor holiday, especially as I will shortly have to ask David Norris to speak to your agent about another postponement of our recent postponement. [...] I can't promise what the date will be. If I had to assign likely probabilities, I should say Aug. 1 20%, Aug 15 60%, Aug 31 87%. I reserve something for the asymptotic progression I seem to be following. Perhaps you can make some kind of a decision based on the above."). Come annunciato negli articoli promozionali per la vendita del libro, molto spazio è dedicato alla faccenda delle ferrature anti-gelo dei cavalli in vista della Campagna di Russia, senza per altro arrivare a una conclusione definitiva sull'unica leggerezza tattica di Napoleone.

    Dà molta soddisfazione leggere questa corrispondenza ma, non essendo ordinata cronologicamente, resta difficile orientarsi tra i tre tentativi di produzione del Napoleon (MGM, UA, WB).

    Il libretto si chiude con un paio di biglietti di Kubrick a Markham, che retrospettivamente si tingono di rimpianto: "Waterloo was such a silly film. It will not make things any easier but in the end I am sure we will get it done." (19.04.1971) e "I am still editing A Clockwork Orange and after Warner Bros. see it in about a month I may have some news about the Emperor." (06.06.1971) Torna alla mente quel biglietto di auguri natalizi, di doloroso ostinato ottimismo, alla costumista di Aryan Papers, altro progetto inghiottito dal tempo: "All the work will not have been in vain."







    Notes
    Il libretto presenta una collezione di appunti scritti da Kubrick su vari blocchi e quaderni: idee buttate giù nel corso degli anni, punti chiave da non dimenticare, domande da rivolgere agli esperti e così via. Si comincia con una vecchissima pagina di carta intestata molto ingiallita, non datata, che presumibilmente risale agli inizi del 1967 e che riporta appunti così sibillini da metter in moto chissà quali associazioni: "You need distance", "A great challenge", "The broadest possible canvas". Soprattutto, vi si legge una fascinazione per il film muto come modello estetico di economicità ed efficacia: "Silent film – Titles – Images and music", "Dialog is too personal and with a character like N. is always banal." "Conciseness of brief titles – brevity, 1 title 1 shot, and synch sound effect." "Power of picture and music."

    Si passa quindi ad un quaderno a righe con appunti microscopici per valutare la fattibilità di un film che tratti un argomento così vasto come la vita di Napoleone: "Narration has 162 words per minute. If the film were 180 minutes long and one-third of it were narration, 60 minutes @ 162 wpm = 9720 words, say 10,000. There are about 400 wppage in JH Rose book. That would mean his entire life would have to be explained in 25 book pages. Can this be done?" Posto che ci sono 9000 parole in un film di 3 ore – si chiede Kubrick il regista – se il film fosse in due parti, ciascuna di 3 ore ciascuna, ne verrebbe fuori una logorrea. Meglio in tre parti? Con due parti, in simultanea nei cinema, il pubblico pagherebbe due biglietti – spera Kubrick il produttore – e il secondo film incasserebbe tanto quanto il primo, se il primo fosse un successo. Dubbi mica da poco.

    Secondo riferimento formale: il documentario televisivo; "Several minutes can be spent on each important character, introducing them – possibly before any of the film eventually starts its major line. If spent an average of 3 minutes per person, you could do 20 in an hour. How will anyone will remember them later? Would this be better done en passant?" Riesco quasi a vederlo, questo film.

    La vera perla viene scovata qualche pagina dopo, in un biglietto rosa che riporta la trascrizione di un pensiero di Napoleone: "I find no difficulty having many things in mind. My mind is like a chest of drawers. Each problem is placed in its own drawer. When I want to think about it I open the drawer. When I wish to interrupt, I shut the drawer and open another. When I want to sleep, I shut all the drawers, and I am fast asleep." Per proseguire il discorso sull'identificazione del regista col personaggio, altri appunti si interrogano sui metodi di gestione e archiviazione delle informazioni tenuti da Napoleone: quante segretarie, come lavoravano quando erano in viaggio, quali bloc notes, dove venivano tenuti, ecc.

    Per suggerire al pubblico cosa volesse dire vivere giorno per giorno con Napoleone – uno degli obiettivi dichiaratamente perseguiti da Kubrick ("You want to see an impression of his life flow by.") – gli appunti decidono che si deve sempre aver presente quali persone avesse attorno ("Describe people he would be with in all occasions.") e quale fosse la routine giornaliera: "1. Where did he sleep – describe; 2. What time rise; 3. Where wash; 4. Where breakfast – what eat; 5. Describe activity of morning; 6. Where eat lunch – what eat; 7. Afternoon activity; 8. Dining – where, what; 9. Evening activity; 10. What time bed." Ricordarsi di "fill out for weekdays and weekends," ovviamente.

    Alla fine, il nocciolo sta tutto in queste due frasi: "You cannot hope to fill in all the details. You cannot even get in all the key events without details." Un dilemma da cui è difficile liberarsi. Eppure Kubrick, nella bozza di lettera con destinatario ignoto che chiude il libro, in cerca di finanziatori per il terzo tentativo di resuscitare il progetto, aveva l'ardire di scrivere l'ormai famosa frase: "It's impossibile to tell you what I'm going to do, except to say that I expect to make the best movie ever made."

    Questo quaderno dalla copertina rosso bruno è il libro migliore fino a questo momento. Ma anche qui il solito difetto: 40 pagine quando ne avrei volute 4000. E sono certo che allo Stanley Kubrick Archive giace materiale per almeno altri dieci libri come questo.








    Comunque, il desiderio di metter ordine tra tutto questo materiale si fa sempre più pressante. Vado ad aprire il libro Chronology sperando in una serie di diagrammi, elenchi e calendari per ragionare sull'evoluzione del progetto, ma scopro che il libro è interamente occupato dalle foto alle schede di cronologia che Kubrick aveva fatto compilare agli studenti di Markham per tener traccia giorno per giorno degli spostamenti e delle azioni dei vari personaggi. Come il libro Picture file, uno spreco di spazio e la conferma della totale mancanza di comprensione di cosa è veramente importante. A me, lettore disposto a sborsare 500 Euro per questo Stanley Kubrick's Napoleon, non interessa il sottoprodotto storico delle ricerche del regista, interessa immergermi quanto possibile dentro la testa di Kubrick e vedere su cosa stesse ragionando mentre pensava al film. La corrispondenza, gli appunti, le foto ai costumi riescono a darmi barlumi del film che stava per nascere, le fotografie ai libri consultati e le schede cronologiche sui personaggi decisamente no. Avessi Alison Castle tra le mani le farei molto male.






    Le altre recensioni:
  • Impressioni iniziali: spacchettando i libri.
  • Prima parte: i tre libri più piccoli.
  • Seconda parte: sei saggi del libro Text.
  • Terza parte: i dialoghi tra Kubrick e Markham.
  • Quinta parte: iconografia e piano di produzione.
  • Sesta parte: il trattamento del 1968.
  • Settima parte: lo script del 1969.
  • Ottava parte: ultimi due saggi di Text.
  • Conclusione: recensione finale sull'intero libro.
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    10 dicembre 2009

    Napoleon: recensione parte 3

    Vado avanti nella recensione del libro Text dello Stanley Kubrick's Napoleon della Taschen.

    "Introduction to the Stanley Kubrick / Felix Markham Napoleon dialogues" è un testo scritto da Geffrey Ellis, professore di storia moderna allo Hertford College di Oxford, assunto da Alison Castle per aiutarla sul versante storico. Qui Ellis ha avuto il compito di correggere e annotare le trascrizioni delle conversazioni che Kubrick e l'esperto napoleonico Markham hanno avuto ad Abbots Mead, residenza londinese del regista, nel luglio 1968. Le conversazioni sono state registrate su nastro e sbobinate da un anonimo collaboratore di Kubrick che, ignorando i mille nomi francesi di persone e luoghi menzionati tra i due, ha trascritto spesso foneticamente con risultati comici e ha commesso anche, come è normale che sia, errori di battitura. In assenza delle registrazioni originali, al momento disperse, il compito di Ellis non è stato affatto facile: il dettagliato resoconto delle sue scelte per rendere il testo fruibile al lettore comune è raccontato in questa introduzione con una dovizia di particolari che ha pienamente soddisfatto il mio lato da archivista. Avrei voluto tutto il libro così, fatto da persone estremamente competenti, attente a non azzardare una conclusione se non assolutamente certa, disponibili al dubbio più che all'effetto facile dello scoop. Chapeau.

    Segue "Stanley Kubrick / Felix Markham Napoleon dialogues", trascrizione integrale delle conversazioni tra il regista e lo storico. Sessantatre pagine fitte di domande inesauribili e risposte pazienti. Hai l'impressione di star lì nel salotto a vedere Kubrick che mette alle corde Markham senza dargli respiro. Godimento.

    La lettura mi ha fatto tornare alla mente un pensiero che avevo avuto visitando lo Stanley Kubrick Archive di Londra: una totale ammirazione nel vedere come Kubrick fosse in grado di scegliere benissimo i suoi collaboratori: poter fare qualsiasi domanda (How could the bourgeoisie express their demands?) o formulare una qualsiasi richiesta (Could you look it up for me?) sicuro di ottenere una risposta al volo o un dossier la mattina successiva è un risparmio di tempo invidiabile e sostanzialmente un lusso senza prezzo.

    Queste alcune delle cose che hanno impennato il livello di soddisfazione:
    SK: Well, there's a very interesting point I once read in a psychiatric book, where the writer said that man is an attacking or retreating animal, and that anything in between produces an extreme sense of anxiety. I think that one cal almost say that the thing that Napoleon couldn't tolerate was the "in between." You know, if he was on the run, he knew what to do... fought his defensive battle beautifully. And if he was attacking, he didn't know how to temporize. Really, he didn't know how to survive in the "in between," when he was neither attacking or retreating. [...] I would have suspected he couldn't have been a very good chess player, even though they said he played a lot, because, I mean, one of the key things in master chess is that you do have to recognize that there are times when you neither have attacking moves nor defending moves. And those intermezzo moves are what the Germans call ein Zwischenzug. That's a chess jargon. You know, those are the moves that very often makes a difference in those great games, because you've got really nothing to do. You're not being attacked, you've got nothing to attack – it's a very complex position. [...] You have to make a move that's sound but really isn't doing anything. It's neither defending nor attacking. If you could really say what was his weakness, this seemed to be it.

    SK: Now, the Mamelukes... I've never been able to figure out what the hell they really were.

    SK: All the actors are English: that's the way I am going to solve the problem – just let English speech represent some form of universal history monument.
    Ah, poter risolvere tutti i problemi con questa facilità. Mi fermo qui, con altre 40 pagine da leggere.

    Vi risparmio le foto al libro, perché è sempre lo stesso fotografato nella recensione precedente. Non posso però trattenermi dal far notare una volta di più l'inverosimile bruttezza del font scelto per titolare l'intera opera, dalle costole del librone alle copertine dei librini, fino a questi frontespizi mortiferi. Non solo brutti ma anche usati indifferentemente (cioè a caso), quello rigido e quello rotondo, per il titolo e per il sottotitolo. Bravi designer francesi.


    Le altre recensioni:
  • Impressioni iniziali: spacchettando i libri.
  • Prima parte: i tre libri più piccoli.
  • Seconda parte: sei saggi del libro Text.
  • Quarta parte: corrispondenza, appunti e cronologia.
  • Quinta parte: iconografia e piano di produzione.
  • Sesta parte: il trattamento del 1968.
  • Settima parte: lo script del 1969.
  • Ottava parte: ultimi due saggi di Text.
  • Conclusione: recensione finale sull'intero libro.
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    07 dicembre 2009

    Napoleon: recensione parte 2

    Proseguo le recensioni dello Stanley Kubrick's Napoleon con la prima parte del libro Text, contenente saggi, articoli e trascrizioni di note e conversazioni.

    La prefazione di Alison Castle, leggibile anche sul sito Taschen, è piuttosto scialba, il che non mi sorprende affatto: la Castle è quella che nello Stanley Kubrick Archives non era stata in grado di attribuire pagine sciolte a riviste piuttosto famose e, ben peggio, aveva dedicato metà dello spazio disponibile a riproduzioni di fotogrammi, belle ma sostanzialmente inutili dopo un primo sguardo, privandoci della possibilità di osservare e studiare il doppio dei materiali reperibili negli archivi.

    "Stanley Kubrick's Napoleon", testo introduttivo di Jan Harlan, invece non è affatto male: nonostante ripeta ciò che abbiamo già sentito nelle interviste, tenta di mettere ordine nella mole del progetto indicando le direttrici fondamentali dell'interesse di Kubrick ed evidenziando come nella figura di Napoleone si condensino quasi tutte le tematiche care al suo cinema. Stranamente, si percepisce anche una certa modestia tra le righe, scevre per una volta del tono sempre troppo assolutista che Harlan ha preso negli ultimi anni con l'intento, molto poco mascherato, di nominarsi detentore della verità su Kubrick. Qui, al contrario, la sua voce si mette al servizio del progetto e riassume i punti chiave di un personaggio esemplare per genio e vanità, portatore sia di progresso che di repressione.

    "Everything a good story should have: Stanley Kubrick and Napoleon" è un lungo saggio articolato in capitoli scritto da Eva-Maria Magel che già aveva contribuito al catalogo della mostra di Francoforte con un articolo sul progetto incompiuto. Qui riesce a combinare piuttosto efficacemente un riassunto critico della sceneggiatura con il resoconto delle vicissitudini produttive che Napoleon attraversò dal 1967 al 1972. Certo, questo secondo aspetto ha un peso molto inferiore al resto: vengono riportati solo gli eventi principali, liquidati in poche righe di raccordo. L'inizio del progetto nel 1967 durante le fasi finali di 2001: Odissea nello Spazio, la stesura della prima sceneggiatura fino al 1969, le ricerche iconografiche del 1968, il rifiuto della MGM prima e della United Artists poi, l'ingresso della Warner Bros. durante Arancia Meccanica e il definitivo abbandono del progetto – tutto è frullato nei primi capitoli. Avrei davvero gradito maggiore chiarezza e sistematicità. Il riassunto critico della sceneggiatura procede seguendo le macro-sezioni dello script e illustra in modo chiaro tanto ciò che Kubrick intendeva sottolineare quanto i modi tecnico-filmici per farlo, seguendo quanto indicato dalle note a margine dei vari libri letti dal regista come documentazione. In definitiva, un buon saggio per dare un minimo di contesto storico e capire a grandi linee l'interesse del regista per questa storia di ascesa e caduta quasi archetipica nella sua classicità.

    La Castle si ritaglia un altro po' di spazio con "Kubrick talks about Napoleon", raccolta breve di dichiarazioni del regista sul suo film tratte dalle interviste di Gelmis, Houston e Hofsess, e il più corposo "Notes and annotations" che raccoglie passaggi sottolineati o evidenziati da Kubrick nel corso delle sue letture, più annotazioni a margine vergate sulle pagine dei vari libri. Molto molto interessante, questi appunti danno bene l'idea di cosa Kubrick avesse in mente durante i suoi studi sul soggetto. La cosa più affascinante è constatare come la totalità dei passaggi sottolineati da Kubrick che riguardano parole dette o scritte da Napoleone sia assolutamente in linea con Kubrick stesso, quasi come se i due condividessero una identica visione del mondo. Il luogo comune dell'identificazione del regista col suo personaggio parrebbe sinceramente autentico. Cinque pagine, e ne avrei volute cinquecento.

    Ancora la Castle con l'inventario del materiale di ricerca: ogni scatola contenente il materiale relativo al Napoleon è stata inventariata nel 2005-2006 e qui ne viene elencato il contenuto. Si scopre così che ci sono, tra le mille altre cose, 500 pagine di lettere tra Kubrick e Bob Gaffney, 200 pagine di note scritte dallo storico Felix Markham, 140 foto di prove costumi, 500 pagine di note scritte a mano da Kubrick. Avrei tanto voluto vederle e mi chiedo perché non ci siano. Nel mezzo del capitolo, alcune fotografie a colori di questo materiale: scatole, raccoglitori, pagine delle varie bozze di sceneggiatura.

    Il libro prosegue poi con una selezione delle trascrizioni di conversazioni tra Kubrick e Markham. Per adesso, alcune foto di queste pagine, per ammirare l'orrido font scelto dalla Castle o da Mathias Augustyniak, designer dello studio M/M responsabile dell'abnorme parto.








    Le altre recensioni:
  • Impressioni iniziali: spacchettando i libri.
  • Prima parte: i tre libri più piccoli.
  • Terza parte: i dialoghi tra Kubrick e Markham.
  • Quarta parte: corrispondenza, appunti e cronologia.
  • Quinta parte: iconografia e piano di produzione.
  • Sesta parte: il trattamento del 1968.
  • Settima parte: lo script del 1969.
  • Ottava parte: ultimi due saggi di Text.
  • Conclusione: recensione finale sull'intero libro.
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    06 dicembre 2009

    Napoleon: recensione parte 1

    Non sapendo da dove iniziare, mi sono messo a sfogliare i tre libri più piccoli. Di seguito i miei commenti, passibili di modifiche una volta che mi inoltrerò meglio nel resto del materiale.

    Picture file
    Selezione delle 17mila immagini raccolte da Kubrick fotografando pagine di riviste, libri e quant'altro contenesse riproduzioni grafiche di battaglie, disegni di case e paesi, costumi e ritratti di tutti i personaggi storici. Il libro inizia male, con la stessa foto dell'inventario IBM ripetuta due volte. Inoltre, temo che sia rivolto esclusivamente a chi avesse bisogno di consultare veramente a fondo il progetto – oppure ai maniaci (non sono in nessuna delle due categorie); tutti gli altri possono tranquillamente aprirlo una volta e chiuderlo.





    Alla fine (e non all'inizio come indica il testo) si trova una tasca in plastica in cui è conservata la carta con il codice personale per l'accesso al database online con tutte le fotografie scaricabili. Ogni foto è in formato TIFF – il che va bene – in dimensioni 840 x 600 pixel – il che non va bene, decisamente troppo poco, specie per 1 MB di peso medio. Il sito ha una funzione di ricerca per filtrare le immagini per anno (dal 1700 al 1925) e per parole chiave: per esempio, 130 risultati per "josephine" e 327 per "paris". Dubito che lo userò con assiduità. Sarebbe stato meglio avessero messo online tutte le lettere e i fogli di appunti; queste immagini testimoniano solo la meticolosità, non la direzione che il progetto doveva prendere.




    Costumes
    Selezione delle fotografie scattate da Kubrick ai prototipi dei costumi in carta stampata e ai costumi delle varie uniformi. Le prime foto sono molto interessanti: scattate a distanze sempre maggiori, sono il tentativo di valutare la verosimiglianza di questi costumi a basso prezzo una volta ripresi e proiettati sul grande schermo. Le due figlie di Kubrick, Katharina e Anya, sono incluse nelle foto e contano con le dita gli scatti e i metri di distanza. Realizzate a dicembre 1968 nel parco della villa di famiglia.

    Seguono tutti i disegni commissionati per lo studio dei costumi e alcune note scritte a mano su come ottimizzare la gestione del reparto costumi, sicuramente messo a dura prova dalla mole degli esemplari da usare. Bella l'idea di fotografare anche il retro dei foglietti, così si ha l'impressione di sfogliarli veramente. Il libro migliore dei tre.






    Location scouting
    Selezione delle 15mila fotografie commissionate da Kubrick a Andrew Birkin (collaboratore per 2001: Odissea nello Spazio e poi regista), George Von Block (production manager tedesco conosciuto ai tempi di Orizzonti di Gloria) e Bob Gaffney (collaboratore per Lolita, Dr. Stranamore, 2001), sguinzagliandoli per tutta Europa alla ricerca dei luoghi in cui è passato Napoleone (Yugoslavia, Francia, Italia, Romania, Belgio). Belle, ma semplicemente troppo poche. Stando a quanto riportato nei cartelloni introduttivi, le foto sono state scattate a novembre e dicembre 1968. Il nostro era partito proprio in quarta.





    Le altre recensioni:
  • Impressioni iniziali: spacchettando i libri.
  • Seconda parte: sei saggi del libro Text.
  • Terza parte: i dialoghi tra Kubrick e Markham.
  • Quarta parte: corrispondenza, appunti e cronologia.
  • Quinta parte: iconografia e piano di produzione.
  • Sesta parte: il trattamento del 1968.
  • Settima parte: lo script del 1969.
  • Ottava parte: ultimi due saggi di Text.
  • Conclusione: recensione finale sull'intero libro.
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    Napoleon: arrivato!

    Ho tra le mani la settecentosettantottesima copia dello Stanley Kubrick's Napoleon, pubblicato in edizione limitata di mille esemplari dalla Taschen.

    Nei prossimi giorni – o più probabilmente nelle prossime settimane vista la mole del volume – seguiranno recensioni dettagliate per ciascuno dei dieci libri contenuti nel mega-librone cassaforte. Per il momento, dopo una mezz'oretta buona di spacchettamento, alcuni aggettivi che mi frullano per la testa.

    Pesante: circa dieci chilogrammi, ho faticato non poco per portarlo a casa.

    Protetto: cellophane ovunque, sulla scatola, sul librone, sui librini.

    Kitchissimo: il librone è una roba di rara bruttezza; rilegatura simil-pelle color verde torbido con intarsi di aquile dorate, costola in rilievo impreziosita da una pecetta blu, il tutto chiuso a fiocco da un laccetto simil-cuoio, per un libro dalle proporzioni incredibilmente tozze.

    Invasivo: dopo un po' che aprivo, spacchettavo e sfogliavo, avevo la camera invasa da scatole, libroni, libri e librini senza saper più dove poggiarli.

    Casinista: spero di ricredermi ma al momento resto dell'idea che aver diviso tematicamente il materiale separando le foto alle location dai progetti per i costumi, le schede cronologiche dalle lettere ai collaboratori, i saggi critici dalla sceneggiatura, la Castle abbia solo contribuito a creare una confusione massima in un progetto-monstre già di suo. Invece di tanti librini monotematici continuo a pensare che un unico libro ben organizzato avrebbe reso più giustizia al complesso lavoro di ricerca di Kubrick: mentre sfogliavo assaggiando il materiale, continuavo a pensare a come "rimontarlo" cronologicamente magari abbinandolo a un commento che aiutasse a percepire l'impressione del progetto che nasce, cresce, si evolve nel tempo.

    Difforme: non bastava aver creato dieci libri uno diverso dall'altro per colore e dimensioni ma la Castle ha voluto anche differenziarli per rilegatura: uno ha una copertina rigida liscia, quattro rigida ruvida di cui due tipo stoffa e due tipo plastica, uno ha una copertina cartonata liscia mentre altri tre sono libretti spillati; alcuni sono rilegati a caldo, altri infilzati con filo; alcuni hanno carta molto spessa e ruvida, altri molto sottile e liscia. Perché?

    Costoso: 500 Euro erano, sono e saranno un furto. Meno male che c'è un poster in regalo, vai.

    Recensioni in dettaglio:
  • Prima parte: i tre libri più piccoli.
  • Seconda parte: sei saggi del libro Text.
  • Terza parte: i dialoghi tra Kubrick e Markham.
  • Quarta parte: corrispondenza, appunti e cronologia.
  • Quinta parte: iconografia e piano di produzione.
  • Sesta parte: il trattamento del 1968.
  • Settima parte: lo script del 1969.
  • Ottava parte: ultimi due saggi di Text.
  • Conclusione: recensione finale sull'intero libro.















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    03 dicembre 2009

    Le Carte di Kubrick

    Google mi segnala l'uscita del libro Le Carte di Kubrick che raccoglie manifesti, locandine, fotobuste, programmi di sala e inserzioni pubblicitarie, insomma tutto il materiale cartaceo che ha accompagnato il lancio dei 12 film di Stanley Kubrick. Poi le copertine delle varie edizioni dei romanzi, fonte dei lungometraggi, e le novelizations (e fumettizzazioni, come quella di 2001: Odissea nello Spazio ad opera di Jack Kirby) che viceversa hanno fatto loro seguito, oltre alla prima bibliografia italiana completa del regista.

    La raccolta è stata redatta da Cinesicilia, la società della Regione siciliana nata per la valorizzazione del linguaggio audiovisivo. Il volume, edito da Sellerio e curato da Umberto Cantone, dalla cui collezione privata da indefesso cinéphile, proviene l'intero materiale pubblicato, sarà presentato domenica prossima alle 19 nella sede di Riso, Museo d'arte contemporanea in Sicilia. Interverranno Umberto Cantone, Sergio Gelardi ed Enzo Sellerio, e alcuni degli autori dei testi contenuti nel libro.

    Le Carte di Kubrick costituisce il primo tentativo di analizzare il lavoro di marketing che accompagnò l'uscita dei capolavori kubrickiani, in cui le scelte di grafica e merchandising ebbero un ruolo centrale e coerente con la logica del ferreo controllo nei confronti degli aspetti, anche secondari, dell'impresa cinematografica, tenacemente adottato dall'autore di Lolita, Il Dottor Stranamore, Arancia Meccanica e Barry Lyndon. Nel volume, un'intervista a Julian Senior, responsabile del marketing della Warner Bros. Europa, a cura di Federico Greco.

    Kubrick: il genio della propaganda, Bruno Ventavoli, La Stampa 10.12.2009

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    01 dicembre 2009

    Napoleon: nuovo articolo

    La rivista New York ha pubblicato un articolo sul Napoleon della Taschen con alcuni commenti di Christiane, Jan Harlan e Alison Castle, più una galleria di foto. Ripercorrendo l'odissea produttiva del film, dal 1967 agli anni '80, l'articolo sciorina gli aneddoti più gustosi e i nomi più famosi coinvolti nel progetto.


    "Stanley era infatuato con questa storia," ci ricorda Harlan, "era un esperto di politica ed era affascinato dalla follia e dalla vanità umane. Napoleone era l'esempio perfetto per studiare questi argomenti."

    Molti collaboratori del regista avevano individuato somiglianze molto strette tra Kubrick e l'imperatore corso: oltre ai semplici paragoni sulla volontà totalizzante, sul controllo e la pianificazione, Michael Herr, co-sceneggiatore di Full Metal Jacket, aveva avvicinato le due personalità con grande acutezza: entrambi erano emarginati, quasi del tutto auto-didatti, che sono riusciti a battere il sistema da soli, condividendo per altro una certa avversione per il modo comune di fare le cose. L'autore dell'articolo fa notare come sia facile immaginarsi Kubrick sottoscrivere questo passaggio dalle memorie di Napoleone: "Tutto è molto difficile per me, perché i modi di coloro con cui vivo, e con cui probabilmente vivrò sempre, sono così diversi dai miei come la pallida luce della luna lo è dai raggi del sole."


    Jean Tulard, il principale storico napoleonico francese che ha contribuito al libro con un saggio sulla figura dell'imperatore al cinema, commenta la sceneggiatura di Kubrick: "Leggendo lo script è impossibile dire se Napoleone piacesse a Kubrick o se al contrario lo detestasse." Anche Harlan è dello stesso parere: Kubrick era lacerato tra una profonda ammirazione e una altrettanto vivida delusione; aveva tentato strenuamente di capire come un uomo così capace avesse potuto essere così facilmente manipolato da quella gatta morta di Josephine, o avesse potuto fare errori così marchiani nella preparazione della campagna di Russia che segnò la sua sconfitta. "Quando Stanley era giovane, aveva giocato a scacchi in maniera professionale," dice Christiane, "e credeva che Napoleone avrebbe imparato a controllarsi meglio se avesse giocato a scacchi. Stanley pensava che se sei troppo emotivo, perdi."

    The Cinemascope Spectacular of Books, Tobias Grey, New York Magazine 29.11.2009

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    20 novembre 2009

    Aggiornamenti sul Napoleon (2)

    Torno a scrivere sul Napoleon, libro-monstre della Taschen da qualche giorno uscito nelle librerie. In attesa di una recensione dettagliata non appena metterò le mani sul volume (e ahimé sul portafogli), riporto le ultime notizie diffuse sul sito della casa editrice.

    Ieri c'è stato a Parigi il primo evento di presentazione del libro alla presenza di Christiane Kubrick, Jan Harlan, Alison Castle e i designer della M/M, mentre il 2 dicembre si replica al Taschen Store di Berlino. L'8 dicembre invece, tutti a Childwickbury al party ufficiale di lancio: un'opportunità unica – dice il comunicato – per visitare la casa di Kubrick in compagnia della famiglia, con Jan Harlan a fare le veci del padrone di casa tra cocktail e pasticcini. (No, non sono io a ironizzare, è proprio il programma.) L'incontro è riservato, ma se vi impegnate a sborsare i 500 euro vi tengono un posto.

    La sala stampa presenta altri articoli da tutto il mondo, mentre nella pagina recensioni si possono leggere i commenti di chi ha già avuto modo di sfogliare i libri.

    La Taschen ha poi diffuso una serie di altre fotografie del bestione.





    Bene ha fatto la Castle a darci una mappa dei dieci libri, così non ci confondiamo. Concludo con la caterva di fotografie promozionali estratte dalle pagine del libro e date in pasto ai giornali. Particolare attenzione alle lettere di Kubrick alla fine della galleria.


















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    16 novembre 2009

    Q&A con Alexander Pietrzak

    Mi sono imbattuto sul profilo Facebook di Alexander Pietrzak, curatore dell'edizione in DVD del cortometraggio The Seafarers di Stanley Kubrick, recensito lo scorso agosto.

    Nella sezione Discussioni del profilo, Pietrzak offre una dozzina di domande e risposte sulla genesi dell'operazione di recupero della copia in pellicola del cortometraggio, ritenuto perduto per una quarantina d'anni.

    In particolare, Pietrzak racconta il lato avventuroso del ritrovamento, condito come sempre succede in questi casi, da una abbondante dose di fortuna.
    [The Seafarers] was missing for so long as any prints the Seafarers International Union had were played out and discarded long ago, prior to Kubrick becoming a notable name in the directing world.
    For years, the only print that was known to exist was at the Library of Congress in Washington DC. In around 1999, the original production company that was hired to make The Seafarers went out of business. The prints were found as the assets were being liquidated and handed over to the SIU with little fanfare.
    As a coinicidence, I had been having some futile contact with the SIU regarding the film and shortly thereafter I was put in touch with the AV dept now based outside of Baltimore, MD. They knew exactly what the film was and happily made me a VHS copy to view while I began negotiating the distribution rights to the film. [...] The next year the film was finally released to VHS.
    As an added note, the reason the Library of Congress had the print because it was common practice for Kodak (who developed the print) to automatically make an extra print and ship it to the Library. At the time I discovered the film it had not even been copyrighted!
    Pietrzak racconta anche come sono andati i contatti con la Kubrick Estate: l'idea iniziale era esattamente quella che tutti noi aspettavamo: produrre un DVD che includesse i tre cortometraggi girati da Kubrick. Per i soliti motivi commerciali e le inevitabili matasse legali, il progetto non è andato a buon fine.
    My initial contact with the Estate came, at first, with a series of emails with Anthony (Tony) Frewin, who was Kubrick's personal asst. from the mid 60's, and still works at the Estate outside St. Albans, England.
    My first inquiries were in the form of a proposal of sorts in which the Estate and my company, then Pietrzak Filmways, would collaborate on a joint venture in which The Seafarers and two of Kubrick's black and white RKO newsreels (Day of the Fight, Flying Padre) would be placed on one DVD with commentary and such.
    During several phone conversations Tony and Jan Harlan perused my preliminary artwork that I'd sent over, and requested use of my 16mm print for use in an upcoming documentary Harlan was directing (A Life in Pictures). It was also an opportunity for the Estate to procure a master element for themselves.
    Although none of the Seafarers footage ended up in Harlan's doc., the folks at Columbia pictures contacted me about two docs. they were preparing as supplementary material on an upcoming Special Edition of Dr. Strangelove. Columbia pictures then borrowed the print and used thier state-of-the-art equiptment to create the first ever digital transfer of the film. [...]
    The collaboration of putting all three Kubrick short features onto one DVD was eventually decided against, mostly due to the Estate's loyalty to Warner Bros.
    Si scoprono poi alcune risposte alle domande e ai dubbi che esprimevo nella mia recensione, in particolare relativamente alle immagini iniziali del corto, mancanti nella copia distribuita in DVD e presenti in quella pirata che circola nelle reti p2p.
    Some have noticed that the first couple of silent shots (MOS) of a pulley and then a ships' mast that were visable on the VHS copy of The Seafarers have been excluded from the DVD. Why is this? Because it is now presumed that these was tail-end workprint footage that did not actually belong in the film.
    Dalla risposta si capisce anche che la copia pirata di internet è un rip della VHS inizialmente distribuita dalla Pietzak Filmways.

    Altro interesante aneddoto riguarda il girato grezzo del documentario, che secondo le carte del SIU era conservato nei loro magazzini: nonostante le ricerche, non è stato possibile recuperarlo. Pietrzak si chiede se sia stato distrutto dopo la morte di Kubrick: il testamento del regista chiedeva infatti che gli scarti di montaggio dei suoi film venissero inceneriti, cosa effettivamente portata a termine da Leon Vitali; secondo quanto raccolto da Pietrzak, la Estate ha contattato più volte gli archivi del SIU poco dopo la morte di Kubrick. Forse la volontà postuma del regista è arrivata fin lì.

    Concludono le risposte l'elenco delle persone contattate inizialmente da Pietrzak per avere un commento audio sul documentario: oltre a Woody Allen, Steven Spielberg e Mark Romanek, mi conforta sapere che era stato tentato più volte un contatto con Alexander Singer, l'unico veramente intitolato a commentare The Seafarers in quanto collaboratore di Kubrick nei suoi progetti di gioventù. L'ipotesi è naufragata senza motivo.

    Rispetto a quanto scrivevo nella recensione al DVD, devo dare atto a Alexander Pietrzak di aver tentato tutto il possibile per realizzare una buona edizione per i tre cortometraggi. E' solo che spesso il mondo non realizza i sogni.

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    04 novembre 2009

    Scorsese e il Blu-ray di Stranamore

    Martin Scorsese, ospite d'onore alla conferenza Blu-Con 2.0 tenutasi a Beverly Hills lo scorso 3 novembre, ha dato prova di essere l'ennesima vittima del morbo del restauratore pazzo.


    Dopo essersi detto assolutamente entusiasta per l'efficacia del Blu-ray nel ricreare a casa l'esperienza cinematografica meglio di qualsiasi altro supporto sviluppato precedentemente, Scorsese ha risposto in videoconferenza alle domande di Gordon Crisp, vice presidente del reparto management, restauro pellicola e digital mastering della Sony Pictures Entertainment.

    Quando è stata tirata in ballo la versione in Blu-ray del Dottor Stranamore, distribuito appunto dalla Sony come titolo di punta del catalogo classico, Crisp ha confessato che restaurando il film i tecnici si sono accorti che nelle sequenze in cui il bombardiere B52 viene inquadrato dall'esterno erano visibili i sottili fili che sostenevano il modellino dell'aeroplano. "Siamo stati costretti a chiederci cosa avrebbe fatto Stanley," ha dichiarato Crisp, "e abbiamo deciso che li avrebbe cancellati." Bravi, bell'interpretazione della volontà altrui. A poco serve precisare che il master digitale della pellicola verrà conservato integro e che la modifica riguarda solo l'edizione per il commercio.

    "Vuoi che le cose restino accurate," ha aggiunto subito dopo Scorsese, "ma non così tanto da far vedere i fili sull'aereo." Eppure giusto qualche istante prima di questo infelice commento il regista aveva ricordato che agli inizi degli anni '90 Kubrick, in mancanza di mezzi tecnologici adeguati, era così preoccupato del deterioramento del Dr. Stranamore che si era ingegnato a preservare la pellicola fotografando ogni fotogramma della sua copia personale con una reflex 35mm.

    Oltre a ridacchiare sull'aneddoto, Scorsese avrebbe potuto rifletter meglio sulla motivazione che aveva spinto Kubrick a intraprendere un tale certosino lavoro.

    E dire che Scorsese viene considerato oggi uno dei registi più attivi nella preservazione dei film in pellicola. Nel maggio del 1990 aveva dato il via – tra l'altro assieme a Kubrick – alla Film Foundation for Film Preservation, organizzazione di cui era stato il portavoce e il presidente. Lo statuto della fondazione, sottoscritto da Scorsese, Kubrick, Coppola, Allen, Pollack, Spielberg e Lucas, prevedeva l'impegno a difendere e preservare i film del passato al fine di proteggere la visione dei registi che li avevano creati. All'epoca i film erano ancora un patrimonio culturale, evidentemente.

    Eppure basterebbe un dizionario per sapere cosa vuol dire restauro; la definizione non è certo vicina a quanto dichiarato da Scorsese: il digitale "dà la possibilità di utilizzare tecnologie non disponibili quando i film sono stati realizzati."

    Dopo gli stupri perpetrati da Steven Spielberg ai danni di E.T. L'extra-terrestre e le release debuggate di Guerre Stellari ad opera di George Lucas, oggi ci siamo persi un altro regista.

    Scorsese: Blu-ray Is Incredible, Thomas K. Arnold, Home Media Magazine 03.11.2009
    Blu-ray Brings a Smile to Martin Scorsese's Face!, Michael S. Palmer, Hi-Def Digest 04.11.2009
    Scorsese Extols Blu-ray, Stephen Silver, Dealerscope 04.11.2009

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    26 ottobre 2009

    Aggiornamenti sul Napoleon

    Un secondo slittamento per l'uscita del Napoleon edito dalla Taschen: il libro sarà negli scaffali il 9 novembre rispetto a quanto precedentemente annunciato (settembre, poi ottobre).

    Nel frattempo è stato fissato un incontro di presentazione del libro con Jan Harlan, Christiane Kubrick, la curatrice Alison Castle e il responsabile del design della M/M, l'agenzia che ha ideato e realizzato il libro-cassaforte: si terrà a Parigi, al Taschen Store di Rue de Buci 2, il 19 novembre dalle ore 18:00 alle 20:00.

    Il sito della Taschen ha infine aperto la sala stampa, da cui è possibile scaricare i PDF dei vari articoli promozionali usciti sui quotidiani e le riviste di tutto il mondo. Da tenere d'occhio perché sarà costantemente aggiornata man mano che usciranno altri articoli nelle prossime settimane.

    Tra quelli già pubblicati, segnalo in particolare l'intervista di Filmmaker Magazine ad Alison Castle e Jan Harlan, in cui la prima ammette che qualsiasi regista volesse riprendere in mano il progetto da dove Kubrick l'aveva lasciato si troverebbe di fronte a una "missione suicida" mentre il nostro benamato si dice più ottimista (ma dai?) e ripete per l'ennesima volta i nomi di Ang Lee e Ridley Scott. Alla fine, fortunatamente, anche Jan Harlan ha un sussulto di buon senso e confessa che il libro è e probabilmente resterà solo un artefatto storico: "Sarà uno studio fondamentale su come i film vengono pianificati e su come questo aspetto è cambiato e si è sviluppato nei 40 anni passati."

    Buried treasure, Jason Guerrasio, Filmmaker Magazine 01.11.2009

    Tuttavia, a giudicare dagli altri articoli presenti nella sala stampa, non c'è molto da stare allegri perché il tour promozionale del Napoleon, appena cominciato, coinvolge sempre e comunque Jan Harlan: se gli articoli pubblicati per il lancio dello Stanley Kubrick Archives nel 2005 prevedevano un pezzo standard di P.R., una recensione del redattore della rivista in questione e qualche rarissima intervista alla Castle, questa volta non c'è articolo di peso senza la presenza del "cognato produttore." Sarebbe già qualcosa scrivessero "produttore esecutivo", senza scippare a Kubrick il ruolo – fieramente difeso per tutta la vita – di produttore dei suoi film.

    Le Waterloo de Kubrick, Didier Jacob, Le Nouvel Observateur 21.10.2009 (PDF, 0.95 MB)
    Il più grande film mai girato, Carlotta Mismetti Capua, La Repubblica 18.10.2009 (PDF, 2.72 MB)
    The greatest movie never made, Malibu Magazine 15.10.2009 (PDF, 0.30 MB)
    They call it the greatest movie never made, Jeff Dawson, Sunday Times Culture 04.10.2009 (PDF, 1.58 MB)

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    14 settembre 2009

    Libro su A.I. in arrivo

    C'era da aspettarselo: dopo la Stanley Kubrick Exhibition, lo Stanley Kubrick Archives della Taschen, la mostra collegata all'installazione artistica su Aryan Papers e il libro sul Napoleon, mancava all'appello solo l'altro grande progetto incompiuto di Stanley Kubrick, A.I. Intelligenza Artificiale.

    Il libro A.I. - From Stanley Kubrick to Steven Spielberg: The Vision Behind the Film riempie questo vuoto fornendo informazioni sulla genesi del film, dalla mente di Kubrick alle mani di Spielberg passando per il pennello di Chris Baker, designer assunto da Kubrick per collaborare all'aspetto visivo del film.

    Dalla descrizione fornita su Amazon si apprende che il libro presenta più di 250 disegni di Baker, in larga parte inediti, accompagnati da appunti di Kubrick e stesure della sceneggiatura, fotogrammi dal film girato da Spielberg e foto dal dietro le quinte con gli animatronics e il virtual studio sviluppato per le riprese dentro la città di Rouge City.

    Pubblicato dalla Thames and Hudson e programmato per il prossimo novembre, il libro è a cura di Jane M. Struthers e, per la prima volta dichiaratamente in copertina, Jan "prezzemolo" Harlan. Con 35 sterline come prezzo di copertina ci guadagna meno del solito, quindi spargete la voce per comprarlo in massa.

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    12 settembre 2009

    Napoleon: venghino venghino

    Aggiornato ancora il sito della Taschen con la pagina sull'imminente Napoleon, la cui uscita è stata posticipata di un mese. Le mie prime negative impressioni sono sfortunatamente confermate.

    L'archivio iconografico online è stato ultimato ed è possibile visualizzarlo in anteprima, anche se per scaricare le foto occorrono username e password, ottenibili acquistando il libro. Al momento, è possibile scaricare una foto campione.


    Le fotografie, le stampe, gli articoli e le diapositive raccolte da Kubrick nei decenni di preparazione del progetto sono state digitalizzate e convertite in TIFF. Il formato è un'ottima scelta rispetto al più comune JPG, per evitare squadrettamenti e perdite di qualità della compressione, specie nel caso di stampa delle foto. Un po' meno soddisfacenti le dimensioni: 800 x 600 pixel, mi auguravo una qualità migliore. Spero che sia così solo il campione e che le vere foto scaricabili abbiano una risoluzione più alta. Altro dubbio: la pagina indica "oltre 1000 foto" ma ne avevano pubblicizzate 17000; l'archivio dichiara "16766 search results" e spero sia affidabile questo numero.

    Per promuovere l'acquisto (500€ per l'Italia, con edizione multilingua in inglese, francese e tedesco), la curatrice del volume Alison Castle ha preparato un video intervistando il sempre allegro Jan Harlan e una leggermente perplessa Christiane nella cucina di Childwickbury (ormai trafficata quanto Piccadilly Circus).

    "Immortalizing Kubrick's Napoleon" dice senza mezzi termini il titolo del video, inaugurando un'aria pomposa che prosegue con l'altrettanto tracotante sottotitolo "The greatest book ever made about the greatest movie never made." Si continua con la Castle che cela malamente la sua spocchia e Jan Harlan che magnifica il film mai realizzato accarezzando voluttuosamente la copertina in simil-pelle con un entusiasmo involontariamente ridicolo che ricorda certi slanci da MondialCasa. Ti aspetteresti da un momento all'altro di vederlo saltellare verso la credenza sul retro, afferrare un set di affilatissimi coltelli Miracle Blade e includerli nell'offerta.


    Il responsabile del design Mathias Augustyniak, dello studio francese M/M Paris, confida la difficoltà di realizzare un libro sul Napoleon: "I think it was an impossibile project, [...] we liked the idea of an impossible project." E' a lui che si deve la brillante idea di rendere il libro un oggetto di mistero, una cassaforte con dentro "as many books as possibile" (ce ne bastano dieci, grazie), o come dice lui stesso con una metafora più ardita "un glory-hole" (parola che gli estimatori di porno sanno chiaramente cosa significa; se la spassano, questi francesi.)

    Il video dà anche modo di vedere il libro dal vivo in tre dimensioni, rivelando senza pudore la sua incredibile pacchianeria da buzzurri.

    Perla conclusiva della Castle: "Così, dopo anni di lavoro, probabilmente tanti quanti Kubrick stesso ne avrebbe impiegati per realizzare il film, abbiamo completato questo gruppo di libri che probabilmente sono tanto audaci, esaustivi e unici quanto sarebbe stato il Napoleon di Kubrick." Cerco invano parole per commentare e arriva il botto finale: "E' un libro che permette al lettore, forse, di essere in grado di girare questo film." Mentre corro a vomitare, Jan Harlan se la ride con gli occhi a dollaro come Zio Paperone.

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    07 settembre 2009

    Interviste per Ken Adam Designs the Movies

    In occasione dell'uscita del libro fotografico Ken Adam Designs the Movies nel settembre 2008, l'autore Christopher Frayling ha intervistato in varie occasioni lo scenografo due volte premio oscar (una per Barry Lyndon).

    Per il Telegraph di Londra, Frayling ha discusso con Ken Adam il ruolo creativo del "production designer", la sua decennale carriera e l'esperienza con Kubrick per Dr. Stranamore. Ken Adam inizia a parlare di Kubrick dal minuto 13 dell'intervista, fino alla fine. Per chi avesse fretta, è disponibile un estratto kubrickiano di tre minuti.



    Alla fine del 2008, Ken Adam si è concesso nuovamente per un'intervista filmata in occasione della mostra Cold War Modern tenutasi al Victoria and Albert Museum. Ken Adam inizia il racconto dalla sua giovinezza come pilota della Royal Air Force durante la Seconda Guerra Mondiale, per poi passare a descrivere il suo stile espressionista sviluppato nei film di James Bond e infine raccontare l'incontro con Kubrick per il set di Dr. Stranamore. Disposto ad abbandonarsi all'onda dei ricordi, lo scenografo descrive dettagliatamente il suo lavoro per il film e ricorda le discussioni con Kubrick, sempre pronto a cambiare idea fino a un attimo prima delle riprese. Il video contiene gli sketch preparatori per la War Room e un paio di fotografie scattate da Kubrick stesso.



    Nell'incontro condotto da Frayling, Ken Adam ricorda di nuovo il primo incontro con Kubrick e le discussioni per trovare il design migliore per la War Room, in una profusione di aneddoti che non mancano di divertire il pubblico.



    Ken Adam Designs the Movies: James Bond and Beyond è il secondo libro scritto dallo scenografo con Frayling, dopo The Art of Production Design, che sostanzialmente era una lunghissima intervista stampata con alcune fotografie e disegni a mano di Adam. Questa seconda pubblicazione è una sorta di "aggiunta grafica" che presenta molti più schizzi a carboncino, disegni e foto di scena dai film a cui lo scenografo ha preso parte. In particolare, come suggerisce il titolo, sono presenti gli studi per i fantasmagorici set della serie James Bond, anche se non mancano alcune pagine con i disegni per Dr. Stranamore.


    La vera chicca per i cinefili kubrickiani è tuttavia custodita nell'ultima pagina del libro: l'argutissima lettera che Kubrick spedì a Ken Adam per convincerlo a lavorare con lui una seconda volta. Adam non aveva infatti accettato subito l'incarico per Barry Lyndon, memore del duro lavoro ai tempi di Stranamore; Kubrick non si rassegnò al rifiuto e scrisse: "Il fatto che tu sia diventato una star non dovrebbe spingerti a comportarti di conseguenza." Ken Adam cedette e guadagnò il suo primo Oscar, oltre che un esaurimento nervoso.

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    26 agosto 2009

    The Seafarers

    Ho acquistato su eBay (ottimo prezzo: nuovo per 14,67$ + 4,95$ di spese di spedizione dagli USA, cioè 14€ recapitato a casa) il DVD di The Seafarers uscito a novembre 2008.

    Come dice il bollino rosso sulla copertina, il documentario del 1953, girato da Kubrick dopo le riprese di Fear and Desire ma prima che il lungometraggio debuttasse nelle sale, era stato "perduto per oltre 40 anni" e viene riproposto "per la prima volta in DVD" in edizione "rimasterizzata digitalmente". La copia è anche stata "approvata dalla Stanley Kubrick Estate", tanto che Katharina Kubrick, figlia del regista, ha concesso un'intervista per l'edizione.

    Il trasferimento del film mi ha un po' deluso: la copia in pellicola è molto sporca, specialmente nei primi minuti, e presenta un numero considerevole di graffi, tra cui il più grave è una riga verticale ondeggiante al centro dell'immagine che disturba l'intero documentario. In più occasioni mancano alcuni fotogrammi (segno di pellicola rotta) e l'audio salta di conseguenza, perdendo parole.

    La cosa curiosa non è trovare una pellicola degli anni '50 danneggiata o non avere i mezzi per restaurarla, quanto sapere che la versione reperibile online sulle reti p2p è molto più pulita e senza fotogrammi mancanti. Avevo dato per scontato che il file video scaricato sui torrents fosse un riversamento di questa edizione quando uscì in VHS una decina di anni fa, invece scopro che si tratta di due copie differenti. Infatti, oltre la maggior pulizia della copia in AVI, le due versioni presentano differenze anche come incipit: nel DVD, le prime due immagini del film (un dettaglio di un rocchetto con le corde della vela e una plongée sulla prua di una nave) sono assenti e sostituite da un counter bianco. Considerate le pessime condizioni dell'inizio del film, è anche possibile che questi centimetri di pellicola fossero così ridotti male da non essere recuperabili.

    Il trasferimento inoltre non è progressivo ma interlacciato, quindi la visione su computer non è delle migliori senza un software in grado di de-interlacciare. Nelle immagini seguenti, alcuni esempi di sporco, danni e il problema del ghosting da master interlacciato.




    Al film è abbinato un commento audio dei registi Roger Avary e Keith Gordon, entrambi consapevoli di esser stati chiamati senza un vero motivo se non la loro passione per i film di Kubrick: parlano infatti con sincero entusiasmo e, quando cadono nell'inevitabile trappola di collegare un'inquadratura di The Seafarers con una di un successivo film, hanno almeno il garbo di riderci su. Roger Avary presenta un'interessante teoria sul perché Kubrick abbia accettato questo lavoro su commissione: in cerca di soldi, probabilmente ha imposto l'uso del colore per fronteggiare una sfida e imparare qualcosa di più rispetto a quanto già padroneggiato grazie ai corti e a Fear and Desire, girati in bianco e nero. L'esito dell'esperimento non deve essere stato soddisfacente, così Kubrick ha preferito continuare con la pellicola B/N per quasi altri vent'anni. In finale, Avary e Gordon parlano a lungo di Eyes Wide Shut e della presunta sua incompiutezza, portando motivazioni tutto sommato sensate.

    Roger Avary è stato anche intervistato da Alexander Pietrzak, responsabile del ritrovamento di The Seafarers, anche se questa intervista, testuale su schermate, non risulta molto interessante. Molto meglio è l'altro testo, anch'esso di Pietrzak, con domande a Katharina Kubrick: la figlia adottiva racconta la sua infanzia con Kubrick e le sue impressioni da spettatrice privilegiata, regalando alcuni aneddoti mai sentiti prima e una non banale considerazione sull'ossessione dei media per le persone famose.

    Il DVD contiene infine una scheda di filmografia, un elenco dettagliato dei crediti per la produzione del disco e un foglietto con una foto di Kubrick nella sede del sindacato intento a girare una scena, già pubblicata in A Life in Pictures.

    In conclusione, è un'ottima cosa che il film sia stato recuperato e digitalizzato, anche se la qualità video non è delle migliori; il commento è sicuramente un'aggiunta piacevole per quanto poco in tema (avrebbero per esempio potuto chiamare Alexander Singer, amico e collega di Kubrick negli anni newyorkesi) e l'intervista a Katharina risulta utile. Meglio sapere che esiste, anche se non è il miglior DVD possibile per questo documentario.

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    06 agosto 2009

    2001: Odissea nello Spazio — Edizione speciale

    Il film con più contenuti extra del cofanetto è presentato qui in formato video corretto (anamorfico 2,2:1) e in un nuovo trasferimento digitale più brillante e con maggiori sfumature di quello realizzato nel 2001.

    Commento audio di Keir Dullea e Gary Lockwood
    La traccia audio non è sottotitolata e deriva da registrazioni separate dei due attori. Keir Dullea risulta il più simpatico, sempre pronto a rivelare informazioni e retroscena sulla lavorazione. Gary Lockwood invece riconduce ogni aneddoto a se stesso, finendo in più di un'occasione per autoincensarsi (del resto, l'aveva già fatto nel suo pessimo libro 2001 Memories); non evita neppure di raccontare quel che accade nel film e inciampa pure in un paio di errori (sostiene che Sul Bel Danubio Blu era stato già usato da Kubrick in Orizzonti di Gloria quando in realtà lì il valzer di Strauss era il Künstlerleben; afferma che il set giallo con la hostess non ruotava ed era solo un trucco visivo). In troppe parti del film la traccia audio resta in silenzio: sarebbe stato meglio avere anche un altro testimone per riempire i vuoti, magari un critico o ancor meglio un addetto agli effetti. Dispiace per Dullea, ma una traccia non del tutto convincente.

    2001: The Making of a Myth
    Documentario di Paul Joyce, come i precedenti inspiegabilmente tagliato per questa edizione in DVD: 12 minuti in meno della versione trasmessa in TV e nuove musiche sovrapposte a quelle del film quando gli intervistati parlano. Purtroppo il documentario si concentra un po' troppo sulla teoria dietro le scelte di Kubrick e Clarke e sull'impatto culturale del film a discapito di racconti sulla genesi delle idee, la lavorazione e gli effetti speciali: dopo un po', ascoltare gli esperti di computer fare le loro previsioni sul futuro e osservare come alcune cose predette dal film si siano avverate risulta un po' noioso. Comunque interessanti le testimonianze di Con Pederson, Douglas Trumbull, Keir Dullea e Daniel Richter.

    Standing on the shoulders of Kubrick
    Featurette di Gary Leva che intervista registi, critici e direttori della fotografia per parlare dell'influenza che 2001 ha avuto nelle loro vite e carriere lavorative. Alcuni dicono cose interessanti (qualche insight personale su certi punti del film) ma la maggior parte recita una frase su quanto sia stato importante il film di Kubrick e poi scompare. Piuttosto superflua.

    Vision of a future passed
    Analisi delle previsioni di 2001 in termini di tecnologia, estetica e stile di vita che si sono rivelate corrette e quelle che non si sono avverate. I testimoni (Clarke, Trumbull, Frewin, Harlan, Paul Duncan, Roger Ebert, etc.) raccontano le aspettative della gente alla fine degli anni '60, il loro desiderio di rivolgersi allo spazio e il successivo disinteresse per questi temi una volta che i problemi della Terra offuscarono quell'ottimismo nel decennio successivo. Interessante e ben costruito.

    A look behind the future
    Dietro le quinte girato sul set nel 1966. L'editore della rivista Look parla degli imminenti progressi dell'America in campo spaziale (lancio del Saturn V e astronauti sulla Luna) e individua la necessità di indottrinare la popolazione per prepararla all'impatto che le scoperte cosmiche avranno sull'economia, la cultura e la società americana. 2001 è considerato un modo per farlo. C'era davvero la sensazione che il mondo stesse per cambiare da un momento all'altro. Bei tempi. Il documentario racconta in parallelo i progressi della NASA, alle prese con la progettazione del LEM, e quelli di Stanley Kubrick che negli studi inglesi della MGM sta costruendo le scenografie per 2001: Odissea nello Spazio. Vengono mostrati i disegni preparatori per le basi lunari e le astronavi, mentre Keir Dullea in accappatoio si concede ai giornalisti. Kubrick è ritratto all'opera mentre studia alcune inquadrature all'interno della gigantesca centrifuga e dirige gli attori in remoto via telecamere. Irreperibile per molto tempo, è un piacere ritrovare questa chicca nel DVD.

    What is out there?
    Keir Dullea legge un testo scritto da Anthony Frewin che si concentra sull'ambiguità del film: con immagini inedite di Kubrick sul set della Discovery e con l'estratto dell'intervista a Playboy in cui il regista parla della definizione scientifica di dio, questa featurette legittima la mancanza di interpretazioni univoche al film. Dullea racconta poi il prologo con le interviste agli scienziati che doveva aprire originariamente 2001 e che fu scartato da Kubrick in fase di montaggio. Un'intervista a Clarke per la BBC del 1966 introduce i temi del film (evoluzione, impatto della scienza sulla religione, comunicazione con gli extraterrestri, ecc.) ma, poiché il testo è stato scritto da Frewin, il Clarke d'annata viene presto abbandonato nonostante il ragguardevole valore di reperto d'epoca, in favore di (troppi) estratti dalle interviste del prologo perduto che Frewin aveva giusto giusto raccolto nel suo libro Interviste Extraterrestri.

    FX and early conceptual artwork
    Featurette sugli effetti speciali dell'ultima parte del film, tra slit-scan e riprese di gocce di vernice in espansione dentro fluidi. Si resta sempre sbigottiti a sentire quanto tempo e quanti tentativi sono stati necessari a realizzare anche un solo minuto delle riprese con effetti di 2001. Douglas Trumbull parla delle sue geometriche riprese mentre Christiane Kubrick presenta un montaggio dei primi tentativi di visualizzazione del viaggio oltre l'infinito prima dell'arrivo della slit-scan. La featurette presenta molti più disegni di quanti erano stati esposti alla mostra itinerante del Deutsche Filmmuseum. Unico difetto: troppo breve.

    Look: Stanley Kubrick
    Documentario sulla carriera da fotoreporter di Kubrick per la rivista Look negli anni '40. Dopo un'introduzione scritta, parte un montaggio di fotografie scattate dal regista su sottofondo di musica jazz. In soli tre minuti si vede quasi un centinaio di foto, ma l'argomento avrebbe meritato ben altro documentario. Peccato, perché le foto sono in gran parte inedite. C'è ancora una miniera da scavare nascosta negli archivi della Biblioteca del Congresso o nei sotterranei di Childwickbury.

    Gli extra sono notevoli, anche se nemmeno questo disco è immune dalla pressappocaggine dell'intera operazione: l'intervista audio a Kubrick pubblicizzata in copertina è assente; fortunatamente non è una vera perdita perché era già stata pubblicata come bonus nella prima edizione dello Stanley Kubrick Archives della Taschen. Comunque, grazie al rapporto di immagine corretto e al nuovo trasferimento, questa edizione risulta sicuramente migliore della precedente.

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  • Introduzione
  • Gli extra
  • Arancia Meccanica
  • Shining
  • Full Metal Jacket
  • Eyes Wide Shut

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  • 30 luglio 2009

    Eyes Wide Shut — Edizione speciale

    Come per Shining e Full Metal Jacket il film è presentato in un nuovo trasferimento anamorfico col formato d'immagine errato a 1,78:1. Il nuovo master non risolve neppure i problemi del precedente: colori troppo virati su tinte calde con l'effetto di rendere le pareti delle stanze color pesca (al cinema e nel trailer cinematografico allegato nel DVD sono giustamente bianche). Un confronto tra le varie edizioni è su DVDBeaver.

    The Last Movie: Stanley Kubrick and Eyes Wide Shut
    Lungo documentario di Paul Joyce che racconta la vita e l'ultimo film di Kubrick, presentato in versione accorciata e modificata: circa 7 minuti in meno rispetto a quanto trasmesso in TV, con modifiche più invasive rispetto a quelle subite da The Return of A Clockwork Orange: The Last Movie ha perso tutte le scene in cui in sottofondo si ascoltavano i brani di colonna sonora dai film. Forse per problema di diritti (il che comunque è strano trattandosi sempre di prodotti Warner), le musiche sono state rimpiazzate da esecuzioni diverse dei brani classici oppure, nel caso di composizioni originali (i brani della Pook e di Ligeti), da altre musiche incongruenti con le scene dei film che commentano. Il risultato è che quando i testimoni parlano sopra queste musiche, non è stato possibile salvare le loro voci e le scene sono state eliminate completamente. Manca l'intero incipit su Emilio D'Alessandro e molti frammenti di Tom Cruise, Nicole Kidman, Christiane Kubrick e così via. Per il resto, come scrivevo anni fa, il film, montato malissimo in digitale e con effetti visivi e sonori imbarazzanti, presenta contributi comunque interessanti specialmente in merito alle collaborazioni scartate per Eyes Wide Shut (Candia McWilliam) e Artificial Intelligence (Brian Aldiss, Sara Maitland, Ian Watson).

    Lost Kubrick: the unfinished films of Stanley Kubrick
    Featurette di Gary Leva che, con la narrazione di Malcolm McDowell e le interviste a Jan Harlan, Sydney Pollack, John Calley, Anthony Frewin e altri, va alla ricerca dei progetti incompiuti del regista, in particolare Napoleon e Aryan Papers. Dovendo raccontare aspetti meno conosciuti di Kubrick, questo documentario risulta informativo e utile: specialmente le testimonianze su Aryan Papers sono notevoli, non essendoci praticamente alcuna letteratura in merito al progetto. Tramite i racconti in prima persona dello scrittore Louis Begley e dell'attore Joseph Mazzello, scelto per la parte del protagonista, scopriamo alcune delle intenzioni di Kubrick e gli aspetti preparatori del film; l'abituale scenografo Roy Walker racconta i viaggi nell'Est Europa alla ricerca delle location e la fedele truccatrice Barbara Daly il provino dell'attrice Johanna Ter Steege.

    DGA video acceptance speech
    Il discorso di ringraziamento che Kubrick aveva inviato al Directors Guild of America per l'assegnazione del premio alla carriera viene introdotto con divertita sagacia da Jack Nicholson. Sfortunatamente le leggi del 1,78:1 sono così potenti che hanno tagliato lo schermo pieno del video usato da Kubrick per adattarlo al 16/9 panoramico. Non si scappa.

    Sono state mantenute nel DVD le interviste realizzate da Paul Joyce a Steven Spielberg, Tom Cruise e Nicole Kidman già presenti nella precedente edizione di Eyes Wide Shut. Gli extra si concludono con i due spot televisivi e il trailer cinematografico. Assente ingiustificato (di nuovo), il teaser trailer che era in effetti l'unico elemento promozionale per il film realizzato da Kubrick.

    L'unico extra di qualche importanza e altrimenti irreperibile è Lost Kubrick, un po' poco per preferire questa edizione a quella del 2001.

    Le altre recensioni:
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  • Arancia Meccanica
  • Shining
  • Full Metal Jacket
  • 2001: Odissea nello Spazio

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  • 29 luglio 2009

    Full Metal Jacket — Edizione deluxe

    Unico film del cofanetto ad essere presentato in edizione disco singolo, Full Metal Jacket soffre dello stesso errore di rapporto d'immagine già descritto per Shining: il video è in 1,78:1 invece che in formato panoramico a 1,85:1 o a schermo pieno 1,33:1, gli unici due formati filologicamente corretti.

    Il nuovo trasferimento è inoltre caratterizzato da colori troppo saturi, non solo rispetto alla precedente edizione ma anche alle copie in pellicola che ho visto in vari festival: Full Metal Jacket ha un look slavato, verdastro, con colori desaturati e una tavolozza molto limitata; questo trasferimento, per quanto preciso e definito, rende il film troppo ricco cromaticamente e in qualche maniera attenua l'affilata potenza delle immagini.

    Commento audio degli attori e di Jay Cocks
    Non sottotitolato, il commento presenta le opinioni di Adam Balwin, Vincent D'Onofrio e Lee Ermey, più quelle dello scrittore Jay Cocks, in un montaggio ben serrato. Mentre gli attori raccontano aneddoti sul dietro le quinte, indicazioni di regia ricevute da Kubrick e soprattutto e inevitabilmente la difficoltà di mantenere la concentrazione e l'energia per un periodo di ripresa grottescamente lungo (16 mesi!), Jay Cocks, che conosceva personalmente Kubrick, fornisce il giusto contesto sulla carriera del regista, il suo stile e l'impatto che Full Metal Jacket ha avuto sulla cultura e la cinematografia mondiale, con osservazioni invariabilmente giuste che meriterebbero di essere trascritte per i posteri (impara, John Baxter!). Riporto qui solo la sua osservazione sul "real vs. interesting" che appare essere un punto nodale della poetica kubrickiana: "Fare qualcosa di realistico era per Stanley solo il punto di partenza. I suoi film si spostano molto velocemente dal reale verso l'interessante, ed ecco che poi proseguono molto oltre l'interessante verso una specie di fascino compulsivo, una creazione totale di una sorta di mondo parallelo." Come per Arancia Meccanica, un'ottima traccia audio, meno divertente ma altrettanto informativa e rivelatrice.

    Full Metal Jacket: between good and evil
    Featurette che parte con stile decisamente troppo fracassone per accordarsi alla cristallina rigidità del film di Kubrick. Comunque le testimonianze che seguono — tutti gli attori principali, Jan Harlan, l'operatore della steadicam John Ward, l'assistente scenografo Nigel Phelps — danno un'idea piuttosto precisa dell'intera lunga produzione del film. Soprattutto è stupefacente vedere come gli attori, all'epoca poco più che ragazzi, siano arrivati a capire brillantemente il metodo registico di Kubrick: ottenere il momento magico per tentativi, per esclusione, senza concettualizzazioni. Lo sintetizzano magnificamente Kevyn Major Howard — "Non vuole stare a spiegare a un attore quel che sta cercando. Ti ha già scritturato" — e Vincent D'Onofrio: "Presentati, dì bene le tue battute, non sbattere contro l'arredamento. Fondamentalmente è tutto qui. Qualsiasi cosa che porti gli andrà bene se è in grado di raccontare la sua storia nel modo giusto. Se non lo è, ti dirà 'Fallo meglio, falla più interessante.' Usa proprio queste parole, non ti dice come farla o cosa fare, solo 'Hai scazzato di brutto, falla di nuovo.' Sicuramente il migliore dei documentari di Gary Leva.

    A causa del formato video errato e di un trasferimento troppo saturo, la scelta su questo DVD è determinata solo da quanto si ritengono utili i buoni contenuti extra.

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  • 2001: Odissea nello Spazio

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  • 28 luglio 2009

    Shining — Edizione speciale

    Nonostante la copertina indichi un rapporto d'immagine a schermo pieno, in questo DVD Shining è presentato in 1,78:1, in difformità sia al formato di ripresa (open matte, ossia senza alcun mascherino sul negativo e con un rapporto di 1,37:1) sia a quello di proiezione nelle sale cinematografiche (mascherino a 1,85:1). Se la precedente edizione in DVD rispettava la volontà di Kubrick di mantenere lo schermo pieno per l'home video, questa crea una versione di mezzo che non ha alcuna legittimità né una vera ragion d'essere: sarebbe stato perfettamente possibile oscurare parte dell'immagine per arrivare al rapporto 1,85:1 per il quale Kubrick aveva composto l'inquadratura. Questo per me è sufficiente a squalificare la presente edizione. Di seguito le mie opinioni sui contenuti extra e un giudizio conclusivo.

    Commento audio di Garrett Brown e di John Baxter
    La traccia audio, non sottotitolata in italiano, è un montaggio di due commenti registrati separatamente: Brown e Baxter non interagiscono mai tra di loro. John Baxter qui dà il peggio di se stesso: concettuale al massimo (deve spiegare in chiave di simbolo e metafora qualsiasi cosa) e ripetitivo (la solita mitologia kubrickiana d'accatto) tanto da diventare quasi ridicolo. Esordisce dicendo che i titoli di testa scorrevoli sono una costante nel cinema di Kubrick (non mi risulta, Shining è l'unico film ad averli) e che Kubrick si era impuntato sul colore cambiandolo quattro o cinque volte finché non aveva ottenuto l'esatto punto di blu che aveva in mente (suvvia, siamo seri), poi prosegue snocciolando una fesseria dopo l'altra toccando l'apice con un'analisi psicanalitica del film secondo cui la storia del crollo della famiglia Torrance è un rimando ai rapporti delicati del regista con la sua famiglia (Kubrick che deve tutto al padre mentore, Kubrick ultra-protettivo coi figli, ecc.). Tra l'inutile e il disgustoso. Quando non gli viene in mente cosa dire si limita a raccontare la trama del film — peccato capitale di ogni pessimo commento audio — togliendo spazio a Garrett Brown, il cui contributo invece risulta estremamente valido: una valanga di informazioni, aneddoti, curiosità e retroscena sulla complicata lavorazione, spesso inediti. Basta ascoltarlo per cinque minuti per capire quanto sia intelligente, preparato, modesto, appassionato della tecnica cinematografica. Imperdibile il suo racconto sugli abitanti di Borehamwood che potevano vedere le riprese quotidiane di Shining sui propri televisori a causa della trasmissione VHF delle videocamere di controllo sulla steadicam.

    View from the Overlook: crafting The Shining
    Il documentario parte male: quanto detesto Baxter quando insiste a raccontare le sue idee personali come fossero spiegazioni oggettive di quel che Kubrick ha fatto o pensato. Non esiste alcuna prova che Shining sia stato realizzato come risposta ai successi di film horror quali L'Esorcista e che Kubrick si sentisse battuto e volesse superare la concorrenza. Quando i critici la smetteranno di appiccicare le proprie convinzioni alle opere d'arte sarà un gran giorno. Il problema non mi pare di poco conto perché invitando tali persone a parlare in documentari come questi si finisce per creare dei falsi storici. Per fortuna ci sono di nuovo Garrett Brown, lo scenografo Roy Walker, la costumista Milena Canonero, la sceneggiatrice Diane Johnson e Jack Nicholson a riempire il documentario di informazioni interessanti e racconti sulle riprese perfino appassionanti. Nulla di troppo incisivo, ma piacevole.

    The visions of Stanley Kubrick
    Discussione sul potere delle immagini dei film di Kubrick e della sua capacità di creare inquadrature e soluzioni visive che si imprimono nella mente in maniera indelebile a dispetto della loro apparente semplicità. Sydney Pollack, Janusz Kaminski, Paul Duncan, William Friedkin, George Lucas e Steven Spielberg partono col raccontare la consumata abilità da fotografo del Kubrick adolescente per arrivare a una descrizione della composizione, dell'illuminazione e dei movimenti nelle inquadrature nei suoi film da adulto. Il commento migliore lo dà Sydney Pollack: "Se pensate che era un fotografo di enorme talento e allo stesso tempo un giocatore di scacchi professionista con un notevole successo, combinate la mente di questo giocatore estremamente complesso e abile con l'occhio del perfetto fotografo perfezionista, ed ecco che avrete Stanley."

    Wendy Carlos, composer
    La compositrice delle musiche di Arancia Meccanica e Shining racconta i suoi ricordi "contraddittori come un ossimoro" su Kubrick mentre stava preparando Rediscovering Lost Scores, l'album di brani per film perduti e ritrovati nei suoi archivi. Suonando dal vivo il Circon, strumento elettronico di sua invenzione, la Carlos ci fa ascoltare in anteprima alcune delle musiche scartate in fase di missaggio dei due film, mentre i suoi adorabili gatti si stiracchiano sullo sfondo. Delizioso.

    Il DVD comprende infine il meraviglioso documentario di Vivian Kubrick Making The Shining già presente nella vecchia edizione, anche qui con commento opzionale della regista.

    In conclusione, questo trasferimento digitale ha sì una maggiore precisione nei dettagli del vecchio master del 2001, ma anche alcune incongruenze nel colore che, pur non disturbando la visione, stonano per coloro che hanno visto il film molte volte nel vecchio formato: alcune scene hanno toni verdastri assenti nel precedente DVD mentre altre sono più calde (toni rossi accentuati, specie nella tappezzeria e nei volti degli attori). Il sospetto che i responsabili del trasferimento abbiano giocato un po' troppo con i pixel viene confermato dalla scena in cui Wendy colpisce Jack in cima alle scale, ora completamente arancione, o ancor più quando la pallina da tennis rotola sulla moquette verso Danny: la palla è di colore rosa, invece che gialla. Un dettagliato confronto tra i due trasferimenti è presente su DVDBeaver. (Notare anche come il differente rapporto d'immagine, oltre a tagliare sempre una consistente porzione in alto e in basso del fotogramma, aggiunga inspiegabilmente in alcune occasioni una parte di immagine sul lato sinistro, sbilanciando la simmetria del quadro; non serve ricordare la fondamentale importanza dell'inquadratura simmetrica nel cinema di Kubrick.)

    Considerato il problema del rapporto d'immagine errato, questa manipolazione cromatica e gli extra meno brillanti che negli altri DVD del cofanetto, consiglio di saltare l'acquisto e tenersi il vecchio DVD.

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  • Arancia Meccanica — Edizione speciale

    Il film è presentato in formato video corretto 1,66:1 e, a differenza della precedente edizione, ha beneficiato di un trattamento anamorfico — cosa che garantisce una migliore definizione dell'immagine. Il trasferimento digitale è nuovo, fatto per le edizioni HD dei film: rispetto al precedente master realizzato nel 2001 risulta più pulito, con colori più luminosi e un livello di dettaglio maggiore. Per un confronto completo delle differenze video tra la vecchia edizione e la nuova, vi rimando a DVDBeaver. Di seguito la mia recensione dei contenuti extra presenti nel secondo disco.

    Commento audio di Malcolm McDowell e di Nick Redman
    Come per tutte le altre tracce di commento sono assenti i sottotitoli. La chiacchierata tra i due risulta interessante: McDowell racconta aneddoti su Kubrick, scene girate e poi scartate al montaggio, cambi di produzione e momenti di comicità improvvisata, mentre lo storico Nick Redman fornisce informazioni di contesto sulle altre parti della produzione, come i costumi, la scenografia e le location. E' praticamente un miracolo che McDowell non insista più di tanto nei soliti racconti già detti innumerevoli volte alla stampa e negli altri documentari ma tiri fuori dalla sua memoria una incredibile quantità di racconti inediti, e pure divertenti. Inoltre, libero di potersi esprimere e dilungare a piacere, risulta anche un acuto e intelligente osservatore del film finito, regalandoci riflessioni sulla sua struttura, sul peso degli attori nelle singole scene, sul ritmo e l'arco drammatico di ciascuna interpretazione e sulla direzione fermamente perseguita da Kubrick in ogni scena. Assolutamente da ascoltare.

    Still ticking
    Si tratta del documentario di Paul Joyce The return of A Clockwork Orange, presentato con un diverso titolo e minimi cambiamenti, realizzato in occasione dell'uscita del film in Inghilterra nel 2001, dopo un bando durato circa 30 anni, con testimonianze di scrittori, registi, sociologi e critici cinematografici che discutono sull'impatto del film sulla cultura dell'epoca e sulle decisioni a volte ipocrite della censura inglese. Tra gli intervistati Malcolm McDowell, Alexander Walker, Sam Mendes e due registi di film che hanno trattato il tema della violenza giovanile, Mary Harron di American Psycho e Tony Kaye di American History X. Complessivamente più sobrio delle altre opere girate da Paul Joyce, è rovinato solo da alcuni effetti grafici sugli sfondi delle interviste. Mi piace pensare che Joyce abbia letto il mio vecchio commento sugli imbarazzanti titoli di coda in cui l'enorme fallo bianco del film fluttuava sul Tamigi sulle note di Tchaikovski e li abbia eliminati qui in favore del classico rolling.

    Great Bolshy Yarblokos! The making of A Clockwork Orange
    Featurette di Gary Leva sulla genesi del film, dalla sceneggiatura all'uscita nelle sale. La testimonianza più interessante è quella di Bernard Williams, produttore associato del film, che si trovava sul set al momento delle riprese e racconta con intelligenza le scelte artistiche e il carattere di Kubrick. Anche le pur brevi apparizioni di Milena Canonero, del montatore Bill Butler e della truccatrice Barbara Daly garantiscono uno sguardo veritiero sulla lavorazione del film. Gli altri testimoni — un gruppo che comprende tutta una serie di critici e registi cinematografici, chi più chi meno interessante — parlano attorno al film con aneddoti poco distanti dai consueti luoghi comuni. Menzione speciale per Sydney Pollack e John Calley della Warner Bros.: è sempre un vero piacere ascoltarli raccontare le proprie esperienze con Kubrick.

    O Lucky Malcolm!
    Documentario di Jan Harlan sulla vita e la carriera di Malcolm McDowell, dai suoi esordi teatrali al ritiro nella villa in Italia. Curiosamente non viene menzionato con il relativo titolo ma sotto "Intervista con Malcolm McDowell", eppure il documentario aveva girato anche qualche festival con il sempre presente Jan a promuoverlo con finta modestia. Ad ogni modo, è certamente un piacere ascoltare quell'inguaribile affabulatore di Malcolm McDowell raccontare se stesso e chi gli è capitato sulla strada — ma non per un'ora e mezza. Fino a Io, Caligola è lui a portare avanti il racconto imbastendo un one-man show sui suoi ricordi davvero irresistibile (imperdibile la scenetta comica ai danni di un imbarazzato Mike Kaplan), poi, un po' come la carriera stessa di McDowell, complici film sempre più sconosciuti e testimonianze di registi, attori suoi colleghi, familiari e amici, il documentario si affloscia trasformandosi in un'elegia di poco o nullo interesse condita con frammenti di film invariabilmente troppo lunghi. Ma quel paraculo di McDowell un sorriso te lo strappa sempre. Jan Harlan aveva fatto meglio con A Life in Pictures: d'altra parte aveva a disposizione ben altra materia. Qui di tocco registico individuabile resta il classico montaggio introduttivo a tempo di raffinata musica classica, come si confà a un fine conoscitore di grande competenza quale si ritiene — ma forse non così sterminata visto che utilizza per tutti i momenti intimi lo stesso pezzo già inserito in A Life in Pictures sull'infanzia di Kubrick.

    Considerato il corretto rapporto video, il trasferimento anamorfico, il commento audio e gli altri contenuti extra, questo DVD è sicuramente da preferire alla vecchia edizione del 2001.

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  • Eyes Wide Shut
  • 2001: Odissea nello Spazio

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  • Cofanetto I Grandi Registi — Extra

    Le edizioni speciali presentano una notevole quantità di contenuti extra, su cui mi soffermerò in dettaglio nelle recensioni dei singoli DVD. Qui scrivo alcune considerazioni di carattere generale sui documentari e le featurette, per poi chiudere con una valutazione finale sul cofanetto.

    Gli extra si dividono sostanzialmente in tre parti: alcune featurette realizzate appositamente da Gary Leva su commissione della Warner Bros., una serie di vecchi documentari diretti da Paul Joyce, e alcune chicche ripescate dal passato.

    I documentari di Gary Leva seguono il metodo ormai standard delle featurette commemorative: montaggio ultrarapido di fotogrammi e fotografie dal set su musica presa in prestito da altri film o dal repertorio classico, brevi spezzoni del film a commento di quel che gli intervistati raccontano e testimonianze di persone non sempre direttamente collegate al film utilizzate per lo più in frammenti così minuscoli che alcuni ospiti, pur illustri, finiscono per dire solo una frase prima di sparire nell'oblio.

    Purtroppo la troppa varietà di persone intervistate non giova neanche all'approfondimento né all'esattezza delle informazioni: di carattere troppo superficiale, le featurette in più punti indulgono nelle solite storielle che si trascinano da un'occasione all'altra senza un vero fondamento e a dispetto delle smentite che già hanno ricevuto da più parti.

    La sovrabbondanza di musica, effetti grafici e titoli a tutto schermo, combinata con un ritmo convulso e frettoloso, va poi a detrimento della qualità stessa dei documentari perché impedisce di gustarsi e assorbire quel che viene raccontato anche quando ne varrebbe la pena — mi spiego così la capacità che hanno questi extra di uscirti dalla mente dopo averli visti.

    I documentari di Paul Joyce, con tutti i difetti che hanno, risultano invece più utili e interessanti: Joyce, se non brilla di buon gusto nel montaggio ed eccede in effettacci digitali del tutto superflui, ha comunque il merito di riuscire a intervistare un numero impressionante di testimoni, di fare domande non del tutto stupide (a giudicare dalle risposte interessanti che ottiene) e di non tagliuzzare le dichiarazioni mantenendo una staffetta di aneddoti con ritmo più pacato e seguibile.

    Ogni film, tranne Eyes Wide Shut, ha il commento audio degli attori o dei tecnici, in alcuni casi affiancati da un critico. I dettagli sono nelle singole recensioni ma dico subito che non sono sottotitolati in italiano, quindi non fruibili da chi non comprende l'inglese. Ed è un vero peccato perché si tratta degli extra migliori: in aggiunta alla mia predilezione personale verso i commenti audio, devo dire che in questo cofanetto le persone chiamate a registrarli mantengono un ottimo equilibrio tra il dare informazioni utili e divertirsi coi ricordi del passato. Delle tracce proprio piacevoli da ascoltare, ed è una grande perdita che Sydney Pollack non abbia registrato il suo commento per Eyes Wide Shut: sono convinto che sarebbe stato il migliore di tutti. Un altro moto di rabbia verso la Warner che se l'è lasciato scappare.

    In conclusione, i contenuti extra delle edizioni speciali sono a mio avviso l'unica vera ragione per cui possa valer la pena di acquistare il cofanetto. I nuovi trasferimenti, pur pregevoli, soffrono dell'imperdonabile errore di proporzione nel formato video, cosa che dal mio punto di vista è sufficiente per squalificarli completamente e continuare a preferire le vecchie edizioni a schermo pieno. Il mio purismo chiaramente non tocca le nuove edizioni di 2001 e Arancia Meccanica, i cui trasferimenti sono in formato video corretto.

    Le altre recensioni:
  • Introduzione
  • Arancia Meccanica
  • Shining
  • Full Metal Jacket
  • Eyes Wide Shut
  • 2001: Odissea nello Spazio

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  • 27 luglio 2009

    Cofanetto I Grandi Registi — I film

    Con disdicevole ritardo recensisco il cofanetto uscito a Natale 2007 con le edizioni speciali in due dischi dei film 2001: Odissea nello Spazio, Arancia Meccanica, Shining, Full Metal Jacket e Eyes Wide Shut. D'altra parte ArchivioKubrick ha un ottica di lungo periodo, così non mi sento troppo in colpa a scrivere a quasi due anni di distanza. Inizio con un commento generale, poi seguiranno post dedicati ai contenuti extra e ai singoli film.

    I trasferimenti digitali qui presenti sono nuovi: la Warner ha rimasterizzato ogni film per le versioni in HD dei film, così i cinque DVD derivano dal nuovo trasferimento in alta qualità che garantisce maggior profondità alle immagini e colori più vibranti. Questo, che normalmente sarebbe un aspetto positivo, nelle mani della Warner Bros. è solo uno specchietto per le allodole. Se a qualcuno interessasse la preservazione dell'arte, si dovrebbe tranquillamente dire che questo (terzo) cofanetto Warner è una sonora bufala.

    Per prima cosa gli ultimi tre film sono in formato 1,78:1 invece che 1,85:1, quindi non come sono stati proiettati al cinema né come Kubrick li aveva autorizzati per le edizioni video (1,37:1 cioè a schermo pieno). Il nuovo formato è una via di mezzo, generata per motivi di esclusiva natura commerciale: 1,78:1 è il formato video dei televisori panoramici 16/9 e degli HD. Vogliamo dare una mano all'appena nato mercato dell'HD? Vogliamo dar ragione ai buzzurri che si chiedono "ma che sono queste righe nere, il DVD è rotto?" Chi se ne frega se creiamo una versione illegittima e sbagliata, però guarda che bei colori e che dettagli! Per vedere quanta parte dell'immagine vada persa con un tale procedimento, l'ottimo DVDBeaver fornisce i consueti accurati confronti.

    Va da sé che non è presente l'audio monofonico, invocato da tutti i fan all'uscita del precedente cofanetto, e che le versioni italiane presentano gli stessi errori già rilevati nel 2001.

    Basterebbe questo, invece c'è dell'altro, altro che denuncia ancor di più il puro movente economico dietro l'operazione (non sono un ingenuo, dietro qualunque cosa c'è una motivazione di ordine commerciale, solo che a volte coesiste con motivazioni più nobili o per lo meno viene mascherata meglio). Lolita e Barry Lyndon, che non hanno beneficiato di un trasferimento in HD, in America hanno ugualmente ricevuto un nuovo packaging in linea con le nuove edizioni. Messaggio implicito: sono stati rimasterizzati in anamorfico e hanno una qualità video migliore. No, la Warner gli ha solo rifatto il trucco: i film sono nelle stesse edizioni del 2001, perfino il disco interno è lo stesso, con data 2001 (ci sarà stato un povero galoppino della WB a togliere i dischi dalle vecchie custodie per metterle in quelle nuove).

    Il cofanetto DVD è in sostanza un sottoprodotto della rimasterizzazione in alta definizione dei film di Kubrick: dovendo realizzare i dischi HD, a partire dal nuovo master la Warner ha realizzato le versioni in DVD per sfruttare l'investimento sostenuto. Pratica standard e quindi nulla di male di per sé, se avesse tenuto un prezzo di listino ragionevole (in Italia 110 Euro!) e non ci avessero rifilato di nuovo il documentario di Jan Harlan A Life in Pictures (parola d'ordine: smaltire le giacenze!)

    Non si tratta neppure di un'operazione condotta con cura. Uno dei punti di interesse del cofanetto, strombazzato prima del debutto nei negozi assieme alla presenza dei documentari inediti, era la doppia versione di Eyes Wide Shut, quella americana censurata e quella internazionale senza figure digitali, in seamless branching. Nonostante la copertina americana del disco confermi questa doppia versione, il film è presentato solo nell'edizione internazionale non censurata. Non è un errore da poco nei puritani States, perché la copertina indica un visto R per un film che non è stato passato al vaglio dalla MPAA, che aveva a suo tempo dato la R per la versione censurata. La Warner Bros. è stata costretta a scusarsi e ha provveduto a segnalare l'errore con un adesivo attaccato sulla custodia (riecco il nostro gloppino che attacca milioni di adesivi a mano). Il cambio di programma nella produzione del DVD deve essere stato piuttosto tardivo perché la stessa copertina indica anche la presenza di un commento audio di Sidney Pollack e dello storico Peter Lowenberg, "solo per alcune scene" — talmente poche che il commento non c'è. Altre scuse dalla Warner Bros. per pubblicità ingannevole.

    Anche la versione italiana non brilla per accuratezza: traduzioni dei testi approssimative che mantengono la struttura sintattica dell'inglese, rapporto video errato per Shining e Arancia Meccanica con ancora il visto VM18 nonostante sia stato derubricato a VM14 nel 1997. Anche la scritta "I contenuti speciali e il trailer potrebbero non essere sottotitolati" leggibile su ogni disco non fa una gran bella impressione. La stessa delle copertine, francamente brutte, infinitamente peggiori di quelle americane.

    Se a qualcuno interessasse la preservazione dell'arte — ma così non è.

    Recensioni complete:
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  • Arancia Meccanica
  • Shining
  • Full Metal Jacket
  • Eyes Wide Shut
  • 2001: Odissea nello Spazio

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  • 18 giugno 2009

    Napoleon in arrivo a settembre

    Aggiornato il sito della Taschen con le prime immagini del libro sul Napoleon. Come preannunciato, si tratta di un enorme volume rilegato, al cui interno si nascondono dieci piccoli libri, ciascuno dedicato a un singolo aspetto della pre-produzione del film.

    Devo dire che la mia prima impressione non è delle migliori, per usare un eufemismo: rilegatura greve, bollo blu su cuoio marrone e oro (accostamenti inguardabili), scritta incomprensibile (Sta - Nley - Kubrick, con effetto specchio, perché?), bollo e disegno del nastro francamente brutti, custodia grigio topo. Il trionfo del pacchiano, con in più un pugno nell'occhio. E apriamolo.


    L'espediente del libro cassaforte fa un po' spy-story old style, e già vedo quelle sottili pagine intagliate incastrarsi l'una dentro l'altra. Ma comunque. Tiriamo fuori i librini custoditi all'interno. Identico bollo con nastro in tutte le copertine: moltiplicazione del brutto.

    Sulla pagina della Taschen si trovano una decina di fotografie dei mini-volumi aperti: ne prendo un paio da riportar qui.


    Niente, via. Più guardo le foto e meno vedo una reale necessità per aver diviso i materiali di ricerca in questo modo: un libro ben rilegato e impaginato avrebbe raggiunto lo stesso scopo. Direi che la Taschen abbia tentato, ancor più radicalmente di quanto già fece con The Stanley Kubrick Archives, di trasformare un libro in un gadget, espediente che quando viene bene suscita meraviglia ma che si scontra inevitabilmente con la leggibilità e la maneggevolezza. Questa volta non è neanche venuto bene. Buzzurri.

    Uno dei libri è la riproduzione fedele della sceneggiatura scritta da Kubrick, e c'è da chiedersi quale versione abbiano scelto, se quella trapelata su internet anni fa o un'altra stesura. Tra le belle sorprese, invece, l'accesso a un database online, consultabile e scaricabile, con le quasi 17.000 fonti iconografiche su Napoleone raccolte da Kubrick nel suo archivio.

    Il libro è in edizione limitata e numerata (mille copie), disponibile da settembre 2009. Il costo indicato sul sito è di 700 dollari, di molto superiore alle già notevoli 300 sterline preannunciate da Amazon lo scorso febbraio. Di questo passo da noi costerà 900 euro. Si accettano scommesse.

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    22 aprile 2009

    Michael Herr su Kubrick

    Domenica scorsa, in occasione della pubblicazione italiana della sua biografia Mr Winchell, lo scrittore Michael Herr è stato intervistato per La Domenica di Repubblica. In un articolo di due pagine, Herr racconta sì il suo lavoro per il libro sul primo cronista gossip degli Stati Uniti ma anche e soprattutto il suo rapporto conflittuale con l'esperienza in Vietnam e naturalmente la sua collaborazione con Kubrick per la sceneggiatura di Full Metal Jacket.
    "Full Metal Jacket fu in assoluto la fine della linea del fronte del Vietnam per me, la guerra smise di seguirmi dopo tanto tempo," dice. Comprese le attuali guerre in Iraq e Afghanistan. "Non credo alle nostre guerre e non le sostengo. Non seguo i reportage da quei fronti. In realtà non sono interessato alla guerra come soggetto e non seguo molto l'attualità. Niente tv, niente quotidiani, poche riviste e soprattutto su Internet."
    Esattamente trent'anni fa, a maggio del 1979, Apocalypse Now vinse la Palma d'oro al Festival di Cannes. Per Herr, due o tre vite fa. "Lavorai ad Apocalypse Now dopo averne visto un breve estratto che trovai fantastico. Ma la ragione principale era che volevo lavorare con Coppola che ammiravo e che mi piacque fin dal primo incontro. Era un progetto di cui volevo essere parte e non mi pentii neanche un secondo di averlo fatto."
    Le cose andarono allo stesso modo quando lo chiamò Kubrick. Ma stavolta fu qualcosa di più di un semplice sodalizio artistico. "Non fu mai una questione di soldi. Volevo lavorare con Stanley Kubrick, credevo molto nel progetto. Fin dal nostro primo incontro e per i sei anni che seguirono parlammo di Jung e dell'Ombra. Penso che sia una presenza molto attiva in quasi tutto quello che ho scritto, alla fonte di ogni violenza nel mondo. Rappresenta l'atto di repressione nel comportamento umano. La gente ha sempre una spiegazione razionale, ragionevole, per la violenza che commette. Ma io penso che venga sempre dal lato oscuro..."
    L'uomo che raccontò il Vietnam, Dario Olivero, La Domenica di Repubblica, 19.04.2009
    Interessante anche l'introduzione alla biografia appena uscita: raccontando la genesi di un libro che lui vedeva più come una sceneggiatura che come una biografia classica e indagando le ragioni per cui fu scartato dai produttori cinematografici, Herr dà una lezione di scrittura per il cinema non comune per uno scrittore che ha flirtato con la settima arte per sole due volte:
    Scrivere sceneggiature è una disciplina che impone di subordinare il linguaggio alle immagini. La scrittura descrittiva presente nelle sceneggiature assomiglia più a un diagramma che a un racconto; si tratta di note per il regista, che ne fa il suo strumento di lavoro. Lo scrittore può dare tutte le indicazioni che vuole sul grado di emozione che deve trasparire da una certa battuta, su ciò che riguarda il corpo, l'abito di scena o la luce, ma non può realizzare una messa in scena. E per quanto si possano decantare la potenza e la bellezza di quei brevi frammenti disposti sulla pagina, capaci di riassumere ampie parti di trama che si sviluppano nel corso del tempo, il montaggio è un'esclusiva dei film. [Nella prima stesura di Mr Winchell,] invece di subordinare il linguaggio alle immagini, mi [ero] limitato a sublimarlo, e per giunta senza troppa convinzione. [Ora,] sono riuscito a plasmare il linguaggio in scene per lo più molto brevi, e a far fluttuare le scene sul dialogo; un dialogo animato, da film, almeno nelle mie intenzioni. In Mr Winchell, il dialogo è l'azione, o la maggior parte dell'azione.

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    14 febbraio 2009

    In arrivo il Kubrick di Michael Herr

    In uscita questo mese per la Minimum Fax Con Kubrick, traduzione del libro scritto nel 1999 da Michael Herr, co-sceneggiatore di Full Metal Jacket.

    Come scrivevo a proposito dell'edizione inglese, Herr racconta la sua lunga amicizia con Kubrick in un libro autentico e quasi poetico: quel che appassiona non sono tanto i dettagli della produzione di Full Metal Jacket o i riassunti delle estenuanti telefonate tra i due, quanto la sincerità e l'affetto che Herr dimostra in ogni riga. Divertente, illuminante, a tratti commovente. Da leggere e rileggere.

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    05 febbraio 2009

    Napoleon, finalmente!

    Da qualche giorno il tanto atteso libro sul Napoleon è disponibile per la prenotazione su Amazon.UK.

    Traducendo al volo dalla descrizione promozionale: "all'interno di un sontuoso libro con copertina in rilievo, si trovano dieci piccoli libri, ciascuno dedicato ad un singolo aspetto della produzione: scrittura (inclusa una copia facsimile della sceneggiatura originale di Kubrick), ricerca, disegno dei costumi, ricerca delle location, budget e pianificazione economica, lettere e corrispondenza. Inclusi anche un saggio che esamina la sceneggiatura da un punto di vista storico, un saggio di Jean Tulard sulla figura di Napoleone al cinema, e la trascrizione di una conversazione tra Kubrick e il professor Felix Markham di Oxford, scelto come consulente storico."

    La descrizione prosegue definendo il libro "al contempo un oggetto d'arte, un documento storico, una dichiarazione di intento artistico, che permette al lettore di immergersi nel processo creativo di uno dei maggiori talenti cinematografici e nell'enigma di Napoleone Bonaparte."

    Sì, OK, fantastico, ma 300 sterline? C'è da sperare che l'economia inglese continui a colare a picco.

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    04 dicembre 2008

    Fear and Desire in DVD

    Il 19 novembre è uscito in DVD per la Cult Media / Mondo Home Entertainment Fear and Desire, primo lungometraggio di Stanley Kubrick, girato nel 1953.

    Il film è sempre stato osteggiato da Kubrick stesso, che ne parlava poco volentieri nelle interviste e lo considerava un tentativo amatoriale "pretenzioso in modo imbarazzante."
    Fear and Desire was a lousy feature, very self-conscious, easily discernible as an intellectual effort, but very roughly, and poorly, and ineffectively made.
    [The artist speaks for himself, Robert Emmett Ginna, 1960]

    Nonostante Kubrick possedesse una copia in pellicola di buona qualità, come testimoniato da un estratto incluso nel documentario A Life in Pictures, il film non ha mai avuto una distribuzione ufficiale ed era reperibile in rete come riversamento digitale di una vecchia VHS derivata da una qualche copia del film miracolosamente sfuggita al ritiro messo in atto da Kubrick.

    Qualche anno fa una di queste copie "pirata" aveva trovato una distribuzione in DVD, e oggi arriva anche in Italia. La qualità audio/video è decisamente scarsa, ma se non altro la Mondo Home ha incluso i sottotitoli italiani e ha realizzato una copertina esteticamente piacevole.

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    18 novembre 2008

    The Seafarers in DVD

    E' uscito in questi giorni per la Indian Relay Films il DVD del documentario The Seafarers che Kubrick girò per il sindacato dei marinai americani nel 1953: primo film a colori di Kubrick, dura 30 minuti e presenta le attività del sindacato e dei suoi membri.



    Il DVD era stato precedentemente annunciato dalla Pietrzak Filmways poi se ne erano perse le tracce. Nel 2003 Roger Avary, co-sceneggiatore di Pulp Fiction e regista di Le regole dell'attrazione, aveva dichiarato sul suo sito internet di aver registrato un running commentary per il documentario:
    Today Keith Gordon and I did an audio commentary for Kubrick's "The Seafarers" documentary. Anyone who's seen "The Seafarers" knows that it's an early work - really early. It is, in fact, his first color film - made just before "Fear and Desire" - and it's more of a historical curiosity than an actual "Kubrick film", although if you look hard you can see hints of the Kubrickian grammar growing within it.
    L'edizione è tuttora curata da Alexander Pietrzak e offre tra i contenuti speciali, oltre a questo commento, anche un'intervista ad Anya Kubrick, figlia del regista. Stando al bollino sulla copertina, l'edizione è approvata dalla Stanley Kubrick Estate.

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    08 settembre 2008

    Ken Adam Designs the Movies

    E' in uscita un altro libro su Ken Adam, sempre con la collaborazione di Christopher Frayling: Ken Adam Designs The Movies: James Bond and Beyond, una collezione dei disegni preparatori per i film di cui è stato scenografo.

    L'ultima pagina del libro presenta un estratto da una lettera che Stanley Kubrick scrisse quando Ken Adam aveva inizialmente rifiutato di partecipare a Barry Lyndon: un capolavoro di arguzia.

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    04 agosto 2007

    Edizioni speciali in DVD (3)

    Fine delle scommesse, sono usciti i dettagli per le prossime edizioni dei DVD. L'elenco degli extra e le specifiche tecniche sono su DVD Times. Oltre ai quattro film precedentemente annunciati, anche Full Metal Jacket sarà rieditato in edizione a due dischi, con extra.

    Come prevedevo, il formato video è 1,78:1 e non c'è traccia dell'audio originale monofonico. Visto che nessuno ci farà caso, sommersi dai notevoli contenuti extra, voglio rimarcare che il formato video che stanno sbandierando come "original theatrical aspect ratio" non è affatto originale, poiché gli ultimi film di Kubrick sono stati girati a 1,37:1 e proiettati in sala a 1,85:1. Il formato 1,78:1 è un ibrido, creato solo per accontentare i possessori di TV panoramici 16/9. Vogliamo parlare di rispetto delle opere di un autore? Vogliamo ricordare tutte le dichiarazioni di Leon Vitali, Jan Harlan e compagnia bella sul preservare la visione del regista-fotografo?

    Vabbè, tuffiamoci in quella valanga di extra...
    2001: Odissea nello spazio
    Commento audio di Keir Dullea e Gary Lockwood
    Trailer cinematografico
    2001: The Making of a Myth (doc. di Paul Joyce)
    Standing on the Shoulders of Kubrick: The Legacy of 2001
    Vision of a Future Passed: The Prophecy of 2001
    2001: A Space Odyssey - A Look Behind the Future (raro doc. del 1967)
    2001: FX and Early Conceptual Artwork
    Look: Stanley Kubrick!
    Intervista audio a Stanley Kubrick

    Arancia Meccanica
    Commento di Malcolm McDowell e Nick Redman
    Trailer cinematografico
    Still Tickin’: The Return of Clockwork Orange
    Great Bolshy Yarblockos! Making A Clockwork Orange
    O Lucky Malcolm! (documentario di Jan Harlan)

    Shining
    Commento di Garrett Brown e John Baxter
    Trailer cinematografico
    The Making of the Shining (documentario di Vivian Kubrick)
    View from The Overlook: Crafting the Shining
    The Visions of Stanley Kubrick
    Wendy Carlos, Composer

    Full Metal Jacket
    Commento di Adam Baldwin, Vincent D’Onofrio, R. Lee Ermey e Jay Cocks
    Full Metal Jacket: Between Good and Evil
    Trailer cinematografico

    Eyes Wide Shut
    Commento di Sydney Pollack e Peter Loewenberg
    Trailer cinematografico e spot TV
    The Last Movie: Stanley Kubrick and Eyes Wide Shut (doc. di Paul Joyce)
    Lost Kubrick: The Unfinished Films of Stanley Kubrick
    Discorso di accettazione del premio DGA D.W Griffith
    Interviste a Tom Cruise, Nicole Kidman e Steven Spielberg

    Aggiunta, gennaio 2008: Ho acquistato il cofanetto e segnalo che il commento di Sydney Pollack e Peter Loewenberg su EWS non esiste, nonostante sia segnalato nella fascetta. Inoltre, i vari documentari di Paul Joyce sono stati tagliati e sono più corti di quelli trasmessi a suo tempo da Channel4. Sempre meglio.

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    26 luglio 2007

    Edizioni speciali in DVD (2)

    La Warner ha annunciato l'uscita delle nuove edizioni a due dischi di alcuni film di Stanley Kubrick. Il 23 ottobre 2007 saranno messi in vendita Eyes Wide Shut, Shining, Arancia Meccanica e 2001: Odissea nello spazio. Più informazioni e copertine disponibili su DVDTimes.

    Si accettano scommesse sul formato video. Non si accettano per la presenza dell'audio originale monofonico perché pagherebbero troppo poco.

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    10 febbraio 2007

    Prime uscite in HD-DVD / Blu-ray

    Sono disponibili in vendita i primi due film di Stanley Kubrick nei nuovi formati digitali ad alta definizione: Full Metal Jacket è distribuito sia in HD-DVD che Blu-ray dalla Warner Bros. mentre Spartacus è in uscita per la Universal nel solo formato HD-DVD.

    L'edizione di Spartacus è presentata con le corrette proporzioni video 2,20:1 (come l'edizione in DVD della Criterion e contrariamente alla precedente edizione DVD Universal) con un audio 5.1 DTS e Dolby. Apparentemente, la qualità video non è all'altezza delle possibilità di definizione del nuovo formato: alcune recensioni online affermano che il film resta migliore nell'edizione Criterion.

    Per Full Metal Jacket si parla di un miglioramento rispetto all'edizione in DVD, sia nella versione HD-DVD che Blu-ray, anche se il titolo non viene indicato tra i migliori dischi in circolazione. I miglioramenti sostanziali dovrebbero essere nella naturalezza della profondità di campo.

    Per questo film ci sono da fare delle precisazioni sul formato video. Nelle edizioni europee Full Metal Jacket è presentato in formato panoramico 1,85:1, diversamente quindi dalle precedenti edizioni homevideo (sia VHS che DVD erano a schermo pieno, cioè 1,33:1). Il formato che era stato scelto da Kubrick per la vendita del film è soppiantato da quello originale per la proiezione cinematografica, e fin qui ci possiamo anche stare. L'edizione americana invece presenta il film in 1,78:1, un formato totalmente illegittimo, dovuto solo alla volontà di riempire interamente gli schermi dei televisori HD, ossia dettato da esigenze di mercato, in barba all'arte. E di nuovo, l'audio monofonico, l'unico veramente missato da Kubrick, è assente in tutte le edizioni.

    E' alquanto disgustoso vedere come i responsabili della Stanley Kubrick Estate (o la Warner o chi per loro) si stiano rimangiando le parole dette all'uscita della DVD Collection, che anche in quel caso non erano apparse proprio limpide. Ma tanto, ne sono convinto, non frega niente a nessuno.

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    07 settembre 2006

    Il libro di Frewin in Italiano

    La casa editrice milanese ISBN Edizioni pubblicherà tra qualche mese l'edizione italiana del libro a cura di Anthony Frewin "Are We Alone? The Stanley Kubrick Extra-terrestrial Intelligence Interviews" con le interviste agli scienziati e filosofi che dovevano aprire 2001: Odissea nello Spazio nel prologo originale.

    Il titolo italiano del libro sarà "Stanley Kubrick: Interviste Extraterrestri". Al posto della prefazione dell'onnipresente Arthur C. Clarke presente nell'edizione inglese, avremo un commento di Enrico Ghezzi e Giulio Giorello.

    I dettagli del volume, nell'edizione inglese, sono nella sezione Risorse.

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    01 febbraio 2006

    Edizioni speciali in DVD

    Il 30 gennaio la Warner Bros. ha annunciato in una conferenza stampa le uscite in DVD dell'anno 2006. La conferenza è stata l'occasione per annunciare la politica che la compagnia seguirà nel presente anno riguardo l'alta fedeltà in digitale: accanto ai DVD infatti la Warner ha intenzione di affiancare le uscite in HD e BlueRay.

    Tra queste uscite in doppio formato ci sono quattro edizioni speciali a due dischi per 2001: Odissea nello Spazio, Arancia Meccanica, Shining e Eyes Wide Shut.
    Look for 4 new Stanley Kubrick SEs including 2001: A Space Odyssey (1968), A Clockwork Orange (1971), The Shining (1980) and the original unrated version Eyes Wide Shut (1999). Each will include new documentaries and never-before-seen footage blessed by the Kubrick Estate (although don't look for deleted scenes - Stanley himself never wanted them released).
    TheDigitalBits

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    04 gennaio 2006

    Nuovo libro di A. Frewin (2)

    Ho finito di leggere il libro Are We Alone? a cura di Anthony Frewin. Ne avevo parlato in toni un po' negativi quando era stato annunciato, poiché non presentava nulla di nuovo o di importante riguardo Kubrick e mi era sembrato l'ennesimo tentativo di sfruttare il nome del regista per vendere pezzetti di mito.

    In effetti il mio giudizio resta sostanzialmente lo stesso, tuttavia non penso di aver buttato via i soldi a comprare il libro, perché:
    1) costa poco (mai pregio più grande);
    2) ci sono 15 foto inedite di Kubrick;
    3) c'è la lettera completa dell'avvistamento dell'UFO da parte di Kubrick e Clarke;
    4) l'introduzione ha qualche aneddoto interessante.

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    10 dicembre 2005

    Lista della spesa

    Tempo di spese. Ho comprato su Amazon alcune nuove cose uscite di recente.

    Full Metal Jacket Diary di Matthew Modine: il diario della lavorazione del film raccontato attraverso i ricordi e le fotografie dell'attore protagonista. L'edizione è a tiratura limitata, con copertina metallica (un "metal jacket", of course). Il racconto è intressante e le foto dal set notevoli.

    Stanley Kubrick - Drama and Shadows di Reiner Crone: un libro che stampa molte fotografie degli anni di LOOK. Ottima edizione della Phaidon, con stampe di altissima qualità; per la prima volta infatti le stampe sono ricavate dai negativi originali delle foto e non sono riproduzioni dalle pagine della rivista. Si tratta tuttavia non delle foto realmente pubblicate ma di scatti a suo tempo scartati dalla rivista e selezionati oggi dall'autore del libro.

    Rediscovering Lost Scores di Wendy Carlos: due CD antologici con le musiche ritrovate di Shining e Arancia Meccanica. I due volumi raccolgono gli "scarti" della lavorazione delle colonne sonore dei due film musicati dalla Carlos. I libretti allegati spiegano le ragioni che spinsero Kubrick a scartarle e la frustrazione della compostrice per accontentare il regista. Musiche non troppo piacevoli da ascoltare di per sé ma interessante documento sul lavoro creativo dietro ai film.

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    24 ottobre 2005

    Nuovo libro di Anthony Frewin

    Anthony Frewin, collaboratore di Kubrick da 2001: Odissea nello Spazio in poi, ha pubblicato per la Elliott Thompson di Londra il libro Are We Alone? The Stanley Kubrick Extraterrestrial Interviews. Un articolo dell'Independent forniva ieri qualche anticipazione del volume, di cui si possono anche leggere le note dell'editore.

    La Repubblica di oggi ha tradotto l'articolo (che poi, va detto, è un comunicato stampa che l'autore e editore hanno inviato urbi et orbi per promuovere il libro):
    Cosa ci porterà il futuro? Nel 1966, mentre preparava 2001 Odissea nello spazio, [...] il regista Stanley Kubrick mise ventuno scienziati e pensatori davanti alla cinepresa e pose loro questa domanda. Le risposte dovevano formare il prologo del film: una serie di predizioni del futuro, con gli studiosi e intellettuali che parlano, ripresi in primo piano. [...] Dell'esistenza di quel prologo erano a conoscenza in pochi: tra cui Tony Frewin, [che] ha cercato di ritrovare il filmato. Non c'è riuscito, «sebbene da qualche parte, magari in uno scatolone con l'intestazione sbagliata, deve esserci sicuramente, poiché Stanley non buttava via niente, nel corso delle ricerche ho trovato perfino le ricevute di libretti degli assegni degli anni Quaranta». Fortunatamente, non ha trovato solo quelli, ma pure la trascrizione delle interviste, dattiloscritta da Vicky Ward, la segretaria di Kubrick. Riveduto e corredato dalle riflessioni degli intervistati sulle loro profezie a quattro decenni di distanza, ora quel testo è diventato un libro.
    L'autore e l'editore professano che le interviste erano sparite e sono state miracolosamente ritrovate negli archivi kubrickiani (che a forza di gente che ci mette le mani e di resoconti mitologici ormai sono l'equivalente del labirinto senza più il minotauro) e lo fanno per solleticare l'interesse dei fan e la curiosità dei più, tuttavia si scordano di dire che le interviste non sono inedite.

    Sono già state pubblicate nel 1972 nel libro The Making of Kubrick's 2001, a cura di Jerome Agel e scritto sotto l'approvazione di Kubrick. Questo libro presentava 11 scienziati (contro i 21 intervistati in totale) e le loro dichiarazioni in estratti. Anche la prefazione del volume era già stata inclusa come anticipazione promozionale nel volume della TASCHEN The Stanley Kubrick Archives in primavera.

    Insomma, un libro meno interessante di quello che sembra leggendo i comunicati stampa. Certo, l'impressione è che stiano un po' mungendo Kubrick.

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